La città e la città

La città e la città
Besźel e Ul Quoma, presente alternativo. Pensiamo all’Europa orientale, da qualche parte verso la madre Russia. C’è una città, o meglio, ci sono due città dentro lo stesso perimetro topografico. Due piccoli mezzi mondi, due emisferi il cui equatore non è un confine perfetto, ma di certo è inviolabile. Infatti, gli abitanti di una o dell’altra città non possono guardarsi, non possono intersecare le loro vite, devono cioè disvedersi evitando qualsiasi contatto, come se non esistessero. Besźel ha un’architettura decadente, tutto sembra più triste e sciatto, mentre Ul Quoma appare più moderna, ricca, fortunata. Metafore delle due facce di una medaglia, della Luna con il suo lato oscuro. Immaginiamo una Berlino senza un muro visibile, immaginiamo, più vicino a noi, una Gorizia e una Nova Gorica intersecate tra loro con strade e vie i cui confini sono architettonici, mentali e soprattutto rigidi e obbligatori. Gli abitanti si sfiorano evitando di guardarsi pur consci della presenza dell’altro, ma non possono comunicare tra loro o interagire, perché questo significherebbe una sola cosa: Violazione. Violare interagendo con un cittadino straniero vorrebbe dire sparire, sottoposti al giudizio tanto insindacabile quanto spietato di un organismo misterioso e con poteri illimitati, al quale la giustizia delle due città fa affidamento per crimini i cui effetti oltrepassano la loro giurisdizione. Un tipico caso da sottoporre alla Violazione, liberando l’ispettore Borlù dall’incombenza di dover scoprire qualche cosa di praticamente impossibile da rilevare, sembra proprio essere quello della ragazza ritrovata morta a Besźel. Una studentessa di archeologia proveniente da Ul Quoma, il cui corpo viene ritrovato abbandonato in un parco cittadino. L’assassino deve aver valicato i confini tra le due città trasportando il cadavere, e dunque invocare la Violazione sembra proprio la cosa migliore da fare ma, stranamente, la richiesta non viene accettata e l’ispettore è costretto a indagare con i pochi e poveri mezzi a sua disposizione…
La città e la città non è solo una detective-story, ma valica i confini di una trama ingarbugliata diventando qualche cosa di più contorto. Il libro, nel suo essere tale, impone un cambio di mentalità che, onestamente, arriva ad esserci dopo un buon terzo di lettura. Bisogna cioè calarsi nella testa degli abitanti di Besźel o di Ul Quoma, che, pur percorrendo le stesse strade, non possono guardarsi in faccia, non possono rivolgersi la parola, non possono sentire (o devono fingere di non sentire) i rumori proveniente dall’altra metà della città straniera. I confini sono dunque tutti psicologici e vanno assolutamente rispettati perché il gioco funzioni. Interessante è l’approccio che i turisti hanno con le due mezze metropoli. Gli stranieri vengono appositamente istruiti per evitare incresciosi inconvenienti e incidenti diplomatici. Ma gli studenti universitari, come prova goliardica, cercano volontariamente la violazione, col rischio e l’eccitazione di essere catturati e magari fatti sparire. Quindi la forza di questo libro si percepisce completamente nel finale, quando l’ispettore Borlù finirà per coesistere tra le due città in uno status e in un modus operandi che naturalmente non posso svelarvi. L’autore, per sua stessa ammissione, paga debito a Kafka, Chandler, Bruno Schulz, ma più semplicemente le immagini veloci e spiazzanti di certi ragionamenti in dirittura di arrivo mi hanno ricordato visioni cinematografiche legate a “I soliti sospetti”, alla faccia di stucco di Kevin Spacey, al suo essere e poi non essere più quello di prima. 

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