La città senza cielo

La città senza cielo
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Pierre Javelin lavora come piazzista di prodotti cosmetici per l’Istituto nazionale per la bellezza e l’estetica. Il suo compito è quello di presentare e vendere il vasto campionario di flaconi, lacche, vasetti miracolosi nel settore della Città a lui assegnato. Fitti blocchi di case costellano la Città che si staglia sempre più alta, “il cielo ha preso un’altezza tale che, per scorgerne un angolo, bisogna distendersi schiena a terra sul marciapiede e aspettare l’ispirazione”. Quattro-cinquemila alloggi a settore, una cinquantina di parallelepipedi disposti a “caselle di dama alternate”, corridoi lunghissimi e tutti uguali. Ogni blocco da finire in un anno, venticinque minuti in media a disposizione per ogni cliente. E ogni mese la signorina Limbert dell’amministrazione, la cui figura ordinata e simmetrica, rigida come un manichino, non manca mai di stupire Pierre, lo convoca per il rendiconto. Mai uno slancio personale, mai una parola informale è uscita da quella regolarissima bocca di porcellana, da quel diagramma umano. Ecco perché a Pierre pare tanto strano che questa volta, nell’annunciargli una promozione – la promozione che finalmente farà conquistare a Catherine, la moglie di Pierre, quella bella giacca nuova che ha adocchiato – la signorina Limbert appaia quasi entusiasta, preannunciandogli “un avvenire” e chiamandolo addirittura per nome. La novità fa accadere qualcosa di altrettanto inusuale: prova rabbia, Pierre, lui che pazienza ne ha tanta e non si arrabbia mai. Come se non bastasse, per la prima volta sbaglia nel firmare i documenti che la signorina Limbert gli sottopone. E c’è qualcuno che a quanto pare sta tormentando Catherine, facendole sciocche domande sul conto del marito. Su come l’uomo sia solito firmare, ad esempio...

Peculiare la storia dello scrittore francese di origini polacche Jean Malaquais (1908 - 1998): nato a Varsavia da una famiglia di origine ebraica, prigioniero di guerra, esule in Sudamerica, minatore, traduttore, marxista “di razza insolita”, antisovietico, capacissimo e fluviale oratore, trasferitosi in Francia imparò la lingua in biblioteca e fu segretario di André Gide. Ancor più peculiare il suo La città senza cielo (Le Gaffeur), che vide la luce tra gli anni Quaranta e Cinquanta e fu tradotto per la prima volta in Italia in forma incompleta nel 1958 con il titolo Il venditore di fumo. Un romanzo strano. Un romanzo che evidentemente aveva bisogno di tempo per stagionare, per essere compreso, riscoperto. Preziosa dunque la riproposizione ad opera di Cliquot di questo “trattato sugli orrori burocratici del futuro”, come ebbe a definirlo Norman Mailer già nel 1974, nella prefazione all’edizione americana del romanzo intitolata The Joker, un libro che “poteva apparire strano nel 1953” ma che “oggi sembra una profezia”. Perché quel futuro che Malaquais dipingeva, pur assurdo, ha posto le sue premesse negli anni ed è arrivato eccome. Nell’evoluzione delle megalopoli, nello svettare dei grattacieli, nella tecnologia che avanza e ingloba, nella lenta scomposizione dell’identità individuale a favore di un “mostro” collettivo ed impersonale. Tutto è estremo ma estremamente logico nella Città senza cielo in cui Pierre Javelin è costretto a vagare. I sentimenti sono vietati e l’ignoranza obbligatoria, vi sono misteriosi e irraggiungibili Archivi che raccolgono tutto lo scibile, cittadini stremati dalle attese in fila e stipati l’uno sull’altro, soffiatori di gonne addestrati a scrutare l’intimità, uffici dove farsi sconsigliare, impiegati- numeri intercambiabili all’infinito. La Città dispone della comparsa-cittadino, ne annulla la volontà, costantemente la segue e la ascolta, la Città decreta l’essere stesso. “Pierre Javelin non è più”, farà dire Malaquais al singolare dottor Babitch, incaricato di far “spogliare” Pierre dei suoi panni sporchi, di intrappolarlo simbolicamente nel buco nero di un calamaio. Pierre non è vivo secondo la Città, e al contempo non può morire. Nell’assurdità di questa affermazione c’è il fulcro della vicenda di Pierre, piazzista e poeta, il suo crimine-non crimine perché non incasellabile nelle leggi immutabili della Città, il suo quasi inconsapevole rifiuto di offrirsi ad un organismo vivo, vorace, che fagocita e digerisce e dissolve stringendo tutti in un abbraccio livellatore. Non è sempre facile seguire la penna di Malaquais, lo stile raffinato e convoluto, la dialettica stringente, la logica impeccabile che sfocia spesso e volentieri nel surreale, gli “esercizi di logomachia” e di astrazione in cui impegna i suoi personaggi. Ma l’incubo lucidissimo di Pierre Javelin è un piccolo epos elegantissimo, labirintico, assurdo, a tratti grottesco, che discorre eloquentemente di burocrazia asfissiante, di subdola oppressione, della libertà del negarsi, del potere della parola. E non risuona, tutto questo, assai familiare?



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