La città verticale

La città verticale

Luigi vive in un condominio alla periferia di Lecce. Passa le giornate affaccendato in attività varie e poco lecite, fino al momento in cui gli vien voglia di alzare il tiro. Non per ambizione, non per soldi. Nemmeno per dimostrare qualcosa a qualcuno. Soltanto per provare a se stesso di essere ancora vivo, per poter credere che la fine, non temuta e quasi attesa, non sia ancora arrivata. È come lui anche Lucia, che vive con sua madre costretta a letto ed è strafatta tutto il tempo. Ogni tanto scopano, quasi distrattamente, ma il loro legame è ben più profondo: condividono lo stesso disperato vuoto di speranza, la stessa disarmata rassegnazione senza futuro; e così quando lei ha bisogno di farsi (senza siringhe, perché ha paura degli aghi, come una bambina) Luigi le procura l’ero, per evitare che qualche spacciatore le faccia male, come quella volta che l’ha sorpresa a fare un pompino ad uno di loro per una dose e lui l’ha ucciso di botte. E come loro è Dario, che quando non riesce più ad arginare i sensi di colpa tra le pagine di un romanzo che non riesce a finire di scrivere o a sopprimere il vago riaffacciarsi di un nuovo sentimento che non vuole più meritare, affoga i ricordi e le giornate nell’alcol. Quando Luigi si mette nei guai non solo Dario e Lucia ma l’intero condominio – la vecchia quasi moribonda e la sua badante, l’ex strozzino senza più voglia di vivere, i due ragazzini cresciuti nella violenza, tutti – sembra farsi un solo spaventoso essere animato da una violenza repressa troppo a lungo e diventata letale e da una disperazione che non conosce vie d’uscita. Non c’è pietà per nessuno in quel condominio, perché nessuno di quelli che vi abitano può averne per se stesso…

Non c’è spazio per la bellezza della Lecce barocca in questo romanzo, perché non c’è spazio per nessuna bellezza e nessuna speranza, tranne quei rari momenti in cui “la felicità si posa sul pavimento delle stanze. Come polvere”. Forse perché le periferie si assomigliano un po’ tutte e della bellezza così lontana non sanno cosa farsene. I protagonisti sono tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, rassegnati ad un futuro già scritto prima di nascere, dove non ci sono sconti o bonus per nessuno. Sensi di colpa, spirali di droga e di alcol, violenza anche immotivata sono solo anestetici con i quali stordire il pensiero e la consapevolezza del vuoto fino a concludere un altro giorno di una vita senza vie di fuga. Osvaldo Piliego, che scrive di musica su varie riviste ed è qui al suo secondo romanzo, non rinuncia alla sua vena spietatamente realistica, partendo da alcuni cliché ormai sovrabbondanti in certa letteratura ma spingendoli ai limiti di un pulp quasi visionario. In un crescendo di violenza e disperazione, il romanzo incalza il lettore e lo costringe ad andare avanti per scoprire dove può spingersi chi sa di non avere nulla da perdere e come può prendere vita un mostro a più teste, così diverse ed uguali ad un tempo, capace di diventare un’unica arma terribile e spietata. Una lettura decisamente interessante.



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