La clessidra d'avorio

La clessidra d'avorio
Salisburgo, e corre l’anno 1592. Nella penombra misteriosa di un laboratorio alchemico si svolge una partita a scacchi tra il padrone di casa e un giovane italiano. Infinite le domande che il ragazzo vorrebbe porre all’anziano maestro, ma non immagina neppure il segreto che il vecchio, al termine dell’incontro, dello scontro, gli vorrà svelare. Bologna, l’anno è il 1604. Un coraggioso - aitante e misterioso - alchimista salpa per l’Africa seguendo le indicazioni di un altrettanto misterioso ed antico manoscritto. L’Inquisizione, nemica degli intellettuali di quel tempo, gli dà la caccia … deve nascondersi, fuggire, dimenticare, rinnegare i principi in cui ha sempre creduto, per cui ha sacrificato tanto di un’esistenza vissuta sul filo del rasoio. Francia, adesso è il 1808. Darius Berthier de Lasalle, un nobile sopravvissuto a stento al periodo del Terrore, suo figlio Sebastien, soldato dell’impero ferito, e  Moran de la Fuente, avventuriero amante della bella vita e amico d’infanzia di Sebastien, partono per l’Italia, con l’intento di recuperare un diario scritto da un alchimista nel 1600 - già proprio quello! - e un fantomatico oggetto prezioso a esso legato. Bologna, giorni nostri. Giacomo Bandini scova un diario risalente al diciassettesimo secolo scritto da – incredibile! - Giacomo Bandini, suo omonimo e forse qualcosa in più, o forse no. Leggendolo attentamente comprende che il suo antenato, l’omonimo appunto, era un alchimista alla ricerca di una misteriosa clessidra d’avorio, unico oggetto in grado di misurare i tempi di lavoro per il compimento della Grande Opera alchemica, la più grande opera in cui umano si sia mai spinto. La diciassettesima mossa, l’alfiere bianco sta per dare lo scacco matto, tutto sembra finire, invece no.  La partita dura fino a quando l’uomo, ed è difficile capire di chi si parli qui con “Uomo”, continuerà il percorso alla ricerca del motivo della sua stessa esistenza…  
Tre diversi piani temporali, un susseguirsi di avventure volte alla conquista della clessidra d’avorio, oggetto misterioso proveniente dall’altrettanto misterioso, antico Egitto. Una clessidra in grado misurare il tempo, quello vero, in modo perfetto per consentire all’alchimista protagonista del libro di trasformare la materia nel tanto desiderato oro, ma soprattutto, per ottenere l'elisir di vita eterna, in grado di porre l’uomo al sicuro dalla morte e dalla caducità del tutto. Rincorrere continuo della conoscenza, dell’esperienza e della saggezza, epifenomeni in grado di consentire  progresso ed evoluzione delle capacità intellettive che servono a scovare il senso insoluto della vita. Un diario nel libro, un resoconto della ricerca della clessidra tenuto da Giacomo Bandini, colui che darà scacco al re nero di Paracelso, un diario che  si snoda in un percorso d'apprendimento che conduce da Venezia al Cairo, ed infine a Roma, dove tutto si conclude. I giorni riportati del narrato scorrono attraverso gli occhi di due nobili francesi, un padre ed un  figlio, che, in epoca napoleonica seguono le tracce di un amico scomparso, in un itinerario che fatalità, come per il Bandini, troverà la realizzazione dei loro scopi a Roma, dove il mistero culmina definitivamente. Alla fine di questo gioiello di Davide Cassia e Stefano Sampietro si gettano le basi di un nuovo viaggio del corpo e dello spirito che compiranno, ai giorni nostri, un discendente del bolognese Bandini, di cui porta lo stesso identico nome, e un altro di uno dei due nobili francesi, il figlio, pure lui con identico nome e cognome. Coincidenze? No, e con questo capolavoro, ma davvero di alta, altissima letteratura, diventeremo i protagonisti di una storia infinita, di un’interminabile partita a scacchi il cui reale scopo e mettere sotto scacco la caducità dell'esistenza. Uno scritto che è un'enorme metafora, un meccanismo perfetto ad incastri per raccontarci l'utopia dell’uomo di ogni epoca di andare oltre il possibile, alla ricerca inconscia dell’immortalità non solo spirituale. Un libro da leggere assolutamente che, già da solo, vale un buon motivo per continuare a sperare nella continua rigenerazione della letteratura italiana. Ah, l'appendice finale sulla partita a scacchi, realmente giocata, lascia al lettore una meraviglia letteralmente irripetibile.

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