La confraternita dell’uva

La confraternita dell’uva
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Nick Molise è un cafone, alcolizzato e rissoso “wop” della prima generazione di italoamericani. Si vanta di essere il primo scalpellino d’America e con la sua allegra confraternita di paesani ogni occasione è buona per attaccarsi alla bottiglia. Henry Molise è suo figlio, uno scrittore riscattato dalla perfetta integrazione nel sistema statunitense. Un uomo realizzato, insomma, che vive in una bella villa sull’Oceano, a Redondo Beach, assieme alla moglie WASP e due figlie iscritte al college. Sarebbe una sintesi perfetta dell’American dream se una telefonata non riportasse Henry indietro, alle sue origini. I suoi vecchi hanno ancora una volta tirato in ballo la questione del divorzio e la madre pianta tutto in asso, andandosene a vivere lontano. Resta il padre, che Henry dovrebbe ospitare a casa sua. La recisa ostilità della moglie lo obbliga, invece, a raccogliere armi e bagagli per andare là ad aggiustare la situazione, ma quando il pericolo rientra, Henry resta incastrato in questo viaggio a ritroso, inchiodato alle sue radici ed alla figura dispotica di Nick Molise, fino a seguirlo in montagna a costruire un affumicatoio di pietra come suo secondo, perché così ha deciso Nick, senza che si potesse discutere…
Leggere Fante è come immergersi in un saggio antropologico sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti. Le figure sono scolpite nello stesso ferro dei panfili che li hanno scaricati ad Ellis Island: dure, remote, radicate. Dalla prima alla seconda generazione lo scarto è abissale come una forbice che si divarica all’infinito. Da un lato un retroterra culturale povero, semplice, agganciato alla terra d’origine; dall’altro una generazione che punta decisamente all’integrazione, recidendo quasi ogni radice, tranne quella più forte: la famiglia. In questo humus Fante pianta uno dei suoi romanzi più toccanti. Forse il più toccante, perché più di tutti, in questo, Fante tocca se stesso. Scava dentro il suo passato, dentro quel rapporto incerto tra padre e figlio che nel tempo si ribalta e quello che era il padre si trasforma in una creatura da difendere e proteggere - soprattutto da se stesso e dai suoi vizi - e quello che era il figlio si trasforma in un filo sottile per aggrapparsi ancora alla vita. I temi sono quelli classici e anche le circostanze sono quelle tipiche di tutta la sua narrativa, ma ne La confraternita dell’uva - in questo cerchio di vecchi gretti beoti attaccabrighe - si tocca un’emotività diversa, più intima, lirica, quasi dolorosa. Una scrittura che non risparmia nulla a se stessa e che si concede al lettore senza filtri, col suo bagaglio di ironia, commozione, causticità e anche, talvolta, con una spassionata ed accorata tenerezza.

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