La confraternita delle ossa

La confraternita delle ossa

Il 2001 è agli sgoccioli, nell’aria è sospesa l’attesa dell’ultima mezzanotte e l’eco del Natale appena passato. Enrico Radeschi ‒ ventiseienne laureato in lettere ‒ sta sostenendo un colloquio per diventare assistente del caporedattore di un’emittente privata, è palese che il marpione vuole un tuttofare da sfruttare a titolo gratuito o quasi. Gli prospetta anni di gavetta e di scarpinate e poi forse chissà. Arriva anche a fargli balenare una storia su cui lavorare, giovani maschi che da qualche tempo scompaiono nel nulla; una provvidenziale telefonata che avverte di un omicidio avvenuto lì vicino conclude il colloquio e dà l’abbrivio alla carriera giornalistica di Enrico Radeschi. Il morto accoltellato è un principe del Foro, Giovanni Sommese all’anagrafe e adesso patata bollentissima nelle mani di Loris Sebastiani, vicequestore che ama il rum e mastica senza tregua sigari spenti. Radeschi riesce ad avvicinarsi al cadavere prima che la zona venga transennata e nota che col sangue il morto è riuscito a disegnare qualcosa, una specie di menorah rovesciata che presumibilmente è un indizio. Guarneri, vecchio del mestiere, manda Enrico a testare il sistema di comunicazione che caratterizza la loggia, da un lato all’altro si può ascoltare senza essere visti. Sarà l’emozione o forse l’età e la corsa, ma il caporedattore ha un infarto e si salva solo grazie all’intervento del suo giovane assistente che però a causa dell’inevitabile trambusto viene notato e avvicinato dal vicequestore. Uno scambio di battute e l’incauta affermazione che a qualcuno la storia del simbolo disegnato di sicuro interesserà danno il via ad una collaborazione destinata a durare negli anni…

Come spesso fanno gli autori che hanno un personaggio seriale di successo, Paolo Roversi ha voluto regalare agli affezionati lettori un prequel, il racconto di come Radeschi è diventato più investigatore che giornalista, di come è entrato in possesso del mitico Giallone – la Vespa con cui scorazza per la città – e di come è diventato un hacker provetto. Una storia bella per tante ragioni: innanzitutto perché è appassionante la trama gialla, sia per quanto riguarda la traccia primaria che per come è intrecciata alla sottotraccia, che alla fine è praticamente parallela e di pari importanza. Un omaggio abbastanza palese a Dan Brown (come si intuisce dal titolo, abbiamo una setta risalente addirittura al vescovo di Milano poi diventato santo, Carlo Borromeo). Un altro omaggio al maestro Scerbanenco, con il questore che porta l’ingombrante nome Lamberto Duca e una full immersion in una Milano che sembra quella di cent’anni fa e invece era solo l’altro ieri. Fatti di cronaca e vita che tutti ci ricordiamo, il primo prelievo al bancomat delle nuove banconote, il piccolo aereo che si schiantò sul Pirellone facendo scattare paure ancestrali e legate al terrorismo. I telefoni cellulari che non facevano foto e a malapena permettevano di telefonare – chi non ha perso ore di conversazioni causa batteria scarica?. E poi un mondo che oggi ci sembra impensabile: poco internet (allora si usava Altervista, il nonno di Google), niente social, niente notizie in tempo reale. Roba che probabilmente i ventenni di oggi fanno fatica addirittura a concepire. Insomma un romanzo che soddisfa sia chi vuole un giallo di evasione ‒ perché diciamolo, Roversi ha una scrittura che non è mai pesante e riesce anche a strappare qualche risata ‒ sia chi ama confrontarsi con l’investigatore. E infine chi ama la Milano un po’ meno nota e più oscura, quella delle chiese antiche, delle cripte e delle innumerevoli leggende.



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