La conquista della “Mela d’oro”

La conquista della “Mela d’oro”

Uno studio dedicato allo “scontro tra impero ottomano e cristianità” per quattro secoli e mezzo, tra 1299 e 1739, “tra guerre di religione, politica e interessi commerciali”: uno studio fondato sul presupposto che si sia trattato inequivocabilmente di “scontro di civiltà” e di “guerra religiosa”. Lo storico Massimo Viglione ribadisce che l’antagonismo venne sempre percepito in questi termini dai turchi e dal papato, vale a dire come jihad contro gli infedeli, vale a dire come crociata contro gli jihadisti; osserva invece che per i popoli europei, in genere, detta percezione fu condivisa almeno fino alla battaglia di Lepanto, poi si fece, simbolicamente, man mano più debole, fino all’ultima fiammata nei giorni della difesa di Vienna. La “cristianità” era, cronicamente, comunque indebolita dalle rivalità e dagli antagonismi tra gli Stati, e dall’affarismo, in genere; affarismo che fu spesso viatico a indegne connivenze con i turchi, o a fumosi funambolismi diplomatici, soprattutto francesi e veneziani. Gli ottomani si presentarono, invece, fin dalle prime schermaglie della guerra, come “ghazi”, incursori in territorio nemico, nel nome della jihad: a quell’approccio si tennero fedeli, nel tempo, conquista dopo conquista, massacro dopo massacro, deportazione dopo deportazione. Viglione struttura la sua panoramica plurisecolare in tre parti, suddivise in brevi capitoli: “Costantinopoli. Dalle origini a Pio II (1301-1464)”; “Lepanto. Da Paolo II a Sisto V (1464-1590)”; “Vienna. Dalla Lunga Guerra d’Ungheria alla fine della Jihad ottomana (1593-1739)”; tende a escludere dalla sua cronaca le descrizioni delle battaglie e degli assedi, o di fare rilievi sugli assediati, se non per sommi capi e quando è comunque del tutto indispensabile (ad es., fatti di Famagosta, martirio di Bragadin; assedio di Vienna). La sua è una panoramica spiccia, sintetica, schierata e appassionata; non c’è visione o interpretazione strategica, né l’auspicabile approfondimento etnico. Completano il libro una bibliografia e un indice dei nomi…

Viglione ha fame di eroismo e di spirito crociato, e limpide simpatie cattoliche e romane. Il periodo trattato può saziare la sua sensibilità eroica: figure esemplari come l’ultimo imperatore di Costantinopoli, Costantino Dragases Paleologo, o come l’indomito difensore dell’Albania, Giorgio Castriota Skanderbeg, o come il valoroso condottiero magiaro Hunyadi János – solo per spendere i primi tre nomi – non possono non infiammare i sentimenti di chi ha fronteggiato e fronteggia ancora la ferocia e la crudeltà del sultanato prima ottomano poi, progressivamente, “laico” (si fa per dire) e “repubblicano” (quanto repubblicano, quanto...) turco. Prevedibilmente, periodicamente, l’autore cede all’enfasi e alla retorica; umanamente comprendo, anzi onestamente spesso sottoscrivo; scientificamente e tecnicamente niente affatto, non posso. Diverse, poi, le cadute di stile. Qualche esempio. Il sultano Bayazed, mezzosangue bizantino, “dei greci aveva anche il ‘vizio’ (la sodomia)”, osserva Viglione, glossando “ciò lo rendeva inviso agli ulema”. Altrove, ci si scaglia contro “le leggi asettiche e relativistiche della storiografia contemporanea” (quasi fosse un moloch, la storiografia contemporanea). Altrove, si parla, sic et simpliciter, di “problema islamico”, con semplificazione forse eccessiva (o comunque rivelatrice; si vedano ad esempio le ultime battute del saggio, leggermente sbracate). Venezia è un altro dei limiti – o degli aspetti caratterizzanti – di questo lavoro. Viglione nutre scarsissima simpatia per la Serenissima, nonostante i ripetuti eccezionali episodi di resistenza e opposizione al Sultano, come i leggendari assedi di Candia e di Famagosta: per capirci, si può leggere che Venezia era “da sempre mossa da estrema prudenza quando non insano egoismo, spinto a volte fino alla soglia del tradimento, nella sua politica ottomana” oppure che era del tutto asservita a tre criteri, cioè “la volontà di sopravvivere contro un nemico più forte, la volontà di salvaguardare sempre e comunque i propri interessi commerciali, anche a costo di sacrificare ‘parti del proprio corpo’ (del proprio impero territoriale, cioè), la costante mancanza di armonia con tutto il resto del mondo cristiano, dai veneziani visto e vissuto anzitutto come un grande problema, se non come un nemico, spesso e volentieri ancor peggiore di quello ottomano”. Rinvierei quanti fossero interessati almeno agli studi di Alvise Zorzi [La Repubblica del Leone. Storia di Venezia] e in subordine di Frederic Lane [Storia di Venezia] per un giudizio più documentato, cauto ed equilibrato. La mia sintesi è che Viglione scrive di Venezia ciò che Venezia pensava di Ragusa, l’odierna Dubrovnik, in Dalmazia – i nobili ragusei erano quelli periodicamente trattati da conniventi o da collusi coi turchi. Qualche parola sull’autore prima di chiudere. Massimo Viglione è ricercatore di ruolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche e docente universitario. In passato è stato coordinatore editoriale della rivista internazionale “Nova Historica”, direttore editoriale dell’Editrice Il Minotauro e ha insegnato per vari anni Storia e Filosofia nei licei.



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