La conquista dell'inutile

La conquista dell'inutile
1979-1981. Il regista tedesco Werner Herzog è impegnato nella realizzazione di un progetto ambizioso e - diciamolo - folle: girare un film nella foresta peruviana lungo il Rio delle Amazzoni, nella regione di Iquitos, in condizioni climatiche estreme, a contatto 24 ore su 24 con indigeni poverissimi e inquieti. E non un film qualsiasi, attenzione, ma uno che prevede nel copione (tra l'altro) che una nave venga trascinata a braccia su per una collina e poi di nuovo messa in acqua al di là dell'altura. Invano la produzione ha cercato di convincere il geniale cineasta tedesco a servirsi di effetti speciali per la sequenza della nave adducendo ragioni di sicurezza e budget, Herzog non ha voluto sentire ragioni: non si è arreso davanti alla difficoltà di reperire finanziamenti, non si è arreso di fronte alla sfida logistica di far vivere una intera troupe europea in condizioni a dir poco disagiate per mesi se non addirittura per anni, non si è arreso quando - con ore e ore di girato - i due protagonisti Mick Jagger e Jason Robards hanno dato forfait (rispettivamente per impegni con i Rolling Stones e motivi di salute) costringendolo a ricominciare da capo sceneggiatura e film, non si è arreso di fronte alle continue pazzie del nuovo attore principale Klaus Kinski. Non si è arreso, e ha ottenuto un capolavoro. E la genesi tormentata del capolavoro in questione, Fitzcarraldo, sta tutta nelle pagine del diario del regista tedesco, che segue la preparazione e la realizzazione del film giorno per giorno...
Fitzcarraldo è una favola sul potere dei sogni, sull'esaltante piacere di trasformarli in realtà e sulla maledetta ossessione che ci spinge a provarci anche di fronte alle difficoltà più impervie. Solo così si può descrivere la storia di un avventuriero/impresario (Brian Sweeny Fitzgerald, che gli indios hanno ribattezzato Fitzcarraldo) che a cavallo tra '800 e '900 sogna di costruire un grande Teatro dell'Opera in Amazzonia. Acquistato il terreno atto alla bisogna a prezzi favorevoli, l'uomo deve trasportare tutti i materiali da costruzione attraverso la giungla, risalendo il selvaggio Rio delle Amazzoni costi quel che costi, in piedi sulla chiglia della sua nava con il suo grammofono e i suoi dischi di Caruso sotto gli occhi incuriositi, divertiti, spaventati e ostili degli indios della foresta. Sogni, quindi. E infatti il documentario girato da Herzog che mostra le riprese del film si intitola Burden of Dreams (in realtà si parla diffusamente di Fitzcarraldo anche in un altro film di Herzog, il bellissimo Kinski - Il mio nemico più caro), e il regista tedesco ha sempre detto che la frase-simbolo di questa sua impresa e di quella di Sweeny Fitzgerald è "Chi sogna può muovere le montagne". Trionfatore al Festival di cannes, Fitzcarraldo è passato alla storia meritatamente e tristemente per la catena di disgrazie, infortuni, malattie, rovesci economici e disastri naturali che hanno costellato la sua lunga e tribolata realizzazione. Ispirato liberamente alla storia vera di un industriale che voleva costruire uno stabilimento per la produzione della gomma in piena giungla, Fitzcarraldo è allegoria potente e immaginifica, veicolata dallo stile maestoso e visionario di Werner Herzog, a parer mio uno dei titani della cinematografia del XX secolo. Molto ma non tutto del dramma del film, dei drammi legati al film, traspare dal diario del regista tedesco, sempre in bilico tra aneddotica e delirio, tra paranoia e pragmatismo, ennesimo perfetto esempio del conflitto lacerante tra arte e industria che è il cuore del cinema d'autore.

 

 

 

 
 
 
 
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