La cura dell’acqua

La cura dell'acqua
Chiamatelo Ishmael. In fondo, è il suo vero nome. Mentre Estelle Gilliam è lo pseudonimo femminile con il quale scrive romanzi rosa di successo, infarciti di scene erotiche e di happy-ending impostigli dalla sua zelante agente letteraria Sally. Ishmael Kidder è un uomo grande e grosso, moderatamente ipocondriaco, che fa vita da misantropo, si interessa di Filosofia presocratica e di Linguistica e freme di rabbia per la politica estera dell’Amministrazione Bush. Separato da anni dalla moglie Charlotte, che ha un nuovo compagno più giovane di lui (Buck, Chuck o qualcosa del genere) che Ishmael trova persino simpatico, lo scrittore un giorno terribile viene raggiunto da una drammatica telefonata della moglie. La loro bambina, Lane, 11 anni, è scomparsa. Stava giocando in bicicletta nel giardino di casa, Charlotte si è distratta qualche minuto e quando ha guardato di nuovo dalla finestra la bici era là abbandonata e di loro figlia nessuna traccia. Ishmael parte di casa senza nemmeno spegnere il computer e prendere il portafoglio e si precipita a casa della moglie: seguono ore di domande della polizia, angoscia, tensione, surreale silenzio, poi dopo tre giorni l’orrenda scoperta del cadavere di Lane, violato e spento da mani ignote. Per Ishmael inizia una discesa all’inferno che mette in crisi i suoi valori profondi e – quando mette le mani sul sospettato (attenzione, solo sospettato) assassino - lo trasforma in un sadico carnefice che mai avrebbe immaginato di diventare…
Il titolo del romanzo deriva da un metodo di tortura – l’annegamento simulato – ampiamente utilizzato dall’US Army a Guantanamo (con il via libera di Washington, come recentemente emerso) e non a caso scelto come simbolo per questo cupo e visionario noir allegorico nel quale Percival Everett attacca a testa bassa la politica statunitense dal 2001 in poi. Ma naturalmente lo fa a suo modo, con le armi della poesia e non dell’invettiva. Non siamo di fronte all’ennesimo pamphlet anti-Bush né tantomeno a un thriller sul solito borghese piccolo piccolo che sbrocca, ma a una raffica di idee spiazzanti e originali. Qualche esempio? Un travolgente (e strafatto) dialogo immaginario in auto con Thomas Jefferson sulle libertà civili, le continue digressioni sul pensiero dei filosofi presocratici – naturalmente ‘filtrato’, interpretato e a volte deriso da Platone, alcune morbose filastrocche, le ‘improvvisazioni linguistiche’ durante/mediante le quali Everett parte per la tangente decostruendo e sgretolando grammatica, ortografia, persino fonetica, gli sfoghi da flusso di coscienza con i quali il protagonista martella il suo prigioniero e se stesso. Diretta emanazione di un mare di appunti, note a margine assortite e schizzi su bloc-notes, La cura dell’acqua procede per flash e salti temporali, per assonanze di senso, ‘fanculo il plot. Per tanta spregiudicatezza stilistica naturalmente c’è un prezzo da pagare, ed è la non sempre agevole comprensione, ma la rabbia dolorosa che pervade le pagine è tutt’altro che cerebrale, è uno tusnami nero e furioso che ruggisce in lontananza e promette di travolgere qualunque cosa. Voi compresi.

 

 

 
 
 
 
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