La via del bosco

La via del bosco
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L’antropologa malese Litt e l’architetto norvegese Eiolf sono una coppia felice: sposati, affiatati e complementari, danno per scontato che vivranno insieme per sempre. Poi, un giorno privo di presagi, Eiolf esce di casa per andare al lavoro ma non fa nemmeno in tempo ad arrivare: la sua è una morte improvvisa quanto indolore (“È la miglior morte che si possa sperare”, sostiene un medico). Litt si ritrova sulle spalle il peso dell’universo, perde la fame e la voglia di vivere: “Il lutto è un dolore che macina lento, si prende tutto il tempo che gli serve”. Per la prima volta in vita sua, Litt si scontra con quel rifiuto della morte che domina in Occidente: “in Malesia ci sono molti rituali legati alla morte”, e un congiunto non delega a nessuno la vestizione del proprio defunto. Il percorso è arduo, e gli amici non aiutano. Poi, in cerca di una distrazione, Litt si addentra nel mondo della micologia e dei fungaioli, fino a rimanerne pienamente coinvolta: “quando si è a caccia di funghi […] l’istinto del raccoglitore-cacciatore si accende e in un attimo ci si ritrova in un mondo fatato”. Alla base della sua avventura c’è il ruolo scomodo occupato dai funghi nell’immaginario collettivo, quello di alimenti potenzialmente mortali: sarà proprio attraverso l’esplorazione di un regno a sé stante, e con regole tutte sue, che Litt intuirà quant’è labile il confine tra la vita e la morte (tra l’edibile e il “velenoso mortale”), nonché a conciliarsi con una visione cosmica nella quale, come diceva Thoreau, “se una cosa muore è per far posto a un’altra”…

La via del bosco non è un romanzo né un antiromanzo, bensì un testo che alterna armoniosamente un memoriale privato e un manuale (non universale) di micologia, d’altronde differenziati graficamente nel testo. Non si può nemmeno parlare di autofiction, perché la sovrapposizione tra autore e protagonista è quella propria della saggistica divulgativa, più che della narrativa. Tutto ciò concorre al fascino di quest’ibrido letterario. I punti di forza sono tre: la voce intelligente, simpatica e pacificata dell’autrice, il trattamento ruvido del tema della morte (che restituisce il dolore senza affettazioni) e la capacità di far appassionare un’alta percentuale di lettori a un argomento di nicchia (la micologia). Da non sottovalutare l’importanza del relativismo culturale, ben rappresentato dal dialogo tra due culture distanti come quella norvegese e quella malese. Trovano poco spazio l’animismo (che pure c’è, alla fine) o il panteismo naturalistico, mentre l’enciclopedismo, lungi dall’essere gratuito, si rivela lo strumento imprescindibile per esaurire un campo del sapere ed escluderne le insidie. Da un lato, la comprensione delle regole tacite, le indagini sui funghetti allucinogeni e la storia stessa della comprensione di quest’anomala forma vitale, tutto ciò è secondario all’esperienza diretta, attiva e sensoriale, nonché al desiderio di godere dell’ampio spettro gastronomico offerto dai funghi riducendo al minimo il rischio di intossicazione. Dall’altro lato, l’esplorazione dei boschi (e della natura in generale) consente a Litt di riconciliarsi con il proprio corpo e con l’universo. Ma questa conoscenza non può essere ridotta a uno strumento per superare il lutto: diventando ispettrice, infatti, Litt acquisisce il potere di salvare vite altrui, ripristinando in qualche modo quell’equilibrio cosmico perduto in una mattinata qualsiasi e priva di presagi.



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