La demenza del pugile

La demenza del pugile
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Melchior Marmont ha ottantadue anni appena compiuti, e mal sopporta l’idea che le persone attorno a lui possano considerarlo come un vecchio decrepito prossimo alla tomba. Presidente della società di produzione e distribuzione cinematografica “Marmont Films” ‒ il cui logo è rappresentato da un candeliere a due bracci di metallo argentato, acquistato a suo tempo da un rigattiere filippino – Marmont ha sempre avuto una vita piena ed emozionante, nonché una rubrica telefonica zeppa di nomi altisonanti; ancora la sua mente pullula di idee e sogni ed è tanta la voglia di godersi la vita, o almeno quella che gli rimane. Solo adesso, dopo sessant’anni, ha deciso di acquistare la grande casa padronale situata in piena montagna borbonese che fu di proprietà di Florentin Servant, costruita su tre piani e corredata di torre e cappella privata, nella quale ha passato tutta la sua infanzia in compagnia della madre Eva, amante dell’uomo, e dei suoi due fratelli, Adrien e Georges. Riconoscere ora la casa che è stata teatro di tante emozioni non è facile per Marmont: per tanto tempo la dimora è stata adibita a colonia per bambini, e i cambiamenti effettuati negli anni ne hanno quasi stravolto la fisionomia. Insomma, l’infanzia è fuggita via per sempre, ma riprendere possesso del luogo in cui l’ha vissuta provoca in Marmont una certa tranquillità: avrebbe riportato la casa all’antico splendore e, circondato da cataste di libri, casse di film, marionette di Giava (ne possiede circa duecento) e strumenti a percussione, si sarebbe lasciato andare ai ricordi, mentre i volti delle persone amate, anche di quelle che ormai non ci sono più, si sarebbero avvicendati per fargli compagnia...

È tempo di bilanci per il simpatico ottuagenario Melchior Marmont, sopravvissuto a molti dei suoi celebri amici (Cecil B.DeMille, Charlie Chaplin, Alfred Hitchcock, Orson Wells tanto per citarne alcuni) e fermamente intenzionato a non riposare come l’età avanzata invece suggerirebbe. Un libro di memorie scritto dal figlio Malcolm, seguito da un film ‒ il suo primo come regista, fatto come piace a lui, con le inquadrature lunghe capaci di indugiare sul particolare – che ne celebra la vita e le opere. Ha deciso di intitolarlo La demenza del pugile (richiamando la sindrome che generalmente colpisce gli atleti praticanti sport di contatto), sebbene Marmont sia ben lontano dall’ essere affetto da un qualche tipo di demenza: la nitidezza dei suoi ricordi e la lucidità della sua analisi ‒ riguardo ai rimorsi e ai rimpianti, alla sua professione, al cinema che lentamente muore surclassato dall’ascesa della televisione – eseguita con una sincerità disarmante, dimostrano che i “pugni” presi negli anni non hanno minimamente scalfito la sua mente laboriosa e il suo spirito quasi adolescenziale. Il romanzo, visionario e citazionista, è sicuramente interessante: pubblicato per la prima volta nel 1992 è valso al suo autore, François Weyergans – critico cinematografico, documentarista e regista di lungometraggi – il Prix Goncourt. Eppure si ha l’impressione che manchi qualcosa: forse troppo descrittivo, con una logica che risulta essere anche abbastanza casuale, non scava del tutto in profondità, nonostante l’adorabile protagonista viva quel momento drammatico dell’esistenza nel quale si cerca, invano, di scendere a patti con la morte.



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