La distrazione di Dio

La distrazione di Dio

La vita di Francesco Cassini, giovane e stimato ingegnere torinese di fine Ottocento, procede senza intoppi. Conduce un’esistenza tranquilla, fatta delle comuni soddisfazioni di tutti i borghesi dell’epoca, ma la disgrazia l’attende dietro l’angolo e, senza avvisaglie, muore. Muore e si risveglia. Risuscita. Non più nel suo corpo, però. L’intelletto, la memoria, le esperienze, le emozioni, i sentimenti sono suoi, sono quelli di sempre, gli appartengono e gli danno la certezza d’essere chi è sempre stato, ma Francesco adesso si trova a vivere nel corpo di un giovane francese. Uno sconosciuto con cui non ha mai avuto niente a che fare. Si chiama Jaques, è poco più che un ragazzo e proviene da una famiglia piuttosto ricca. Gli sforzi iniziali, i travagli psicologici a cui si sottopone per cercare di capire cosa gli sia capitato, sono del tutto inutili e presto Francesco lo realizza: per una bizzarra stortura dell’universo adesso è questa la sua vita. Tuttavia quando ormai ha fatto i conti con questo risultato muore e si risveglia di nuovo, questa volta nei panni di Josef. Dopo una vita a vestirli, quei panni che in principio gli andavano stretti quanto quelli di Jaques, Francesco spira nuovamente. Adesso è Zoe, una newyorkese insoddisfatta, infelice e piena di rimpianti. Sarà per sempre questa la condizione di Francesco? La sua immortalità, come una dannazione, lo costringerà sulla terra a vivere delle vite che non gli appartengono?

La distrazione di Dio è una perla rara. Un romanzo dalla trama sofisticata, tutt’altro che scontata o banale, originale in tutte le sue sfaccettature, colorata in ogni suo passaggio. Cuffaro, abile ed emozionalmente acuto, è stato capace di racchiudere nella cornice di un solo romanzo diverse storie, nella cornice di una sola storia diversi romanzi. Ha raccontato quella di Francesco e l’ha fatto dall’inizio alla fine, ma ha anche narrato quella di Jaques, di Josef e di Zoe e l’ha fatto sempre dallo stesso punto di vista. Quello di Francesco, certo. Allo stesso tempo, però, con l’evoluzione rapida e radicale del protagonista, l’ha fatto pure da quello della schiera di tipi umani in cui si è via via reincarnato. Ha raccontato luoghi ed epoche diverse, spaziando tra culture differenti senza mai cadere in fallo. È per questo che l’ambizione de La distrazione di Dio è grande, ma nonostante tutto le aspettative non sono state deluse. Una trama tanto brillante, accompagnata da uno stile limpido e scorrevole, non avrebbero potuto farlo, d’altronde. Ed è forse lo stile, che scivola sulla pagina senza incagliarsi mai, ciò che colpisce meno. Qualcosa che potrebbe essere dovuto all’abilità dell’autore di far galleggiare la parola sulla pagina o a un suo difetto. Quel che è certo è che La distrazione di Dio è un romanzo da leggere e rileggere, da far studiare nelle scuole per insegnare come siamo tutti tanto simili nella bellezza della nostra diversità.



 

 

 

 
 
 
 

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