La donna bianca

La donna bianca
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C’è, per tutti, il volto cinico, immorale, quasi odioso del giornalismo. Il suo parassitismo, la morbosità, il voyeurismo spicciolo (e noi italiani, reucci di ogni genere di scandalo, gossip e quant’altro, lo conosciamo bene). E poi c’è il volto davvero umano e necessario del giornalismo, c’è la profondità ineluttabile del reportage di guerra, dei racconti e degli scoop realizzati e vissuti sulla propria pelle, del mestiere vissuto in maniera autentica, missionaria. A questa seconda categoria appartiene Marika Vecera, giornalista americana di origine ceca, figlia di uno scrittore giustiziato per spionaggio contro il governo comunista e reporter di grande fama. La sua vita avventurosa e priva di sentimentalismi viene però rivoluzionata dall’incontro con Seb, figura rassicurante e stabile. Uno psicologo agiato e bisognoso di una storia seria e di progetti per il futuro. Fin qui potrebbe sembrare un Harmony con un contorno un po’ meno banale della media. Senonché Marika, dopo essere tornata da un viaggio in Congo “ravvivato” da un incontro ravvicinato con i ribelli del luogo, decide di lasciare in stand-by la scontata storia d’amore con l’uomo perfetto (amanti degli Harmony, fatevene una ragione) per tuffarsi nella giungla della Papua Nuova Guinea. Obiettivo: trovare il più grande reporter di tutti i tempi, sparito dalla faccia della terra e dichiarato morto suicida...
Il racconto è sviluppato in disinvolti flashback che hanno il ragionevole effetto di spiazzare continuamente il lettore. Il salto dalla vita civilizzata, inscatolata in schemi convenzionali, scandita da feste mondane, traslochi, gite in montagna, al vuoto assordante della giungla, ornata di sciamani, insetti, vita da tribù e superstizioni incomprensibili, rende prima euforici, poi perplessi, ed infine infastiditi. Vuoi tornare al vuoto, al nulla, alla non-vita, o meglio, alla vera vita. Alle verità che noi non conosciamo: la rassegnazione e l’affetto nei confronti di una natura di cui si accetta stoicamente la crudeltà, la semplicità della morte, dell’onore, il silenzio che ti accompagna in una missione che non ha alcuna certezza od obiettivo. Un viaggio dentro se stessi, in definitiva. Kira Salak ha un ottimo alibi per non essere tacciata di aver composto scenografie à la Indiana Jones, avventurose all’inverosimile: è una vera esploratice, ha condotto reportage dal Congo e ha vinto il Pen Award. Questa storia non è che la sua vita, e il senso ultimo del raccontare la guerra. E’ un inno all’esplorazione, alla noncuranza del limite: l’unico vero limite, sembra un po’ dirci, siamo noi stessi. Alla faccia dell’Harmony.

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