La donna che pensava di essere triste

La donna che pensava di essere triste
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“C’era una volta”, così come negli incipit delle fiabe, una donna. Una donna che pensa di essere triste. La sua tristezza ha la forma di tondi e di losanghe, incastra le forme, crea una coperta che la avvolga e la protegga dal mondo esterno. La donna comprende perfettamente che la sua tristezza la rende, paradossalmente, più gentile con tutti gli altri. Parla con la gente, parla con il suo gatto, la sua figura sembra rifrangersi continuamente in altre persone che abitano il suo mondo. Il sogno e la realtà si fondono di continuo fino a giungere in un “non luogo” dove il confine non è più presente. La donna che pensa di essere triste cammina in una città senza nome, non ha fretta, il tempo sembra quasi non esistere per lei. Il suo è il tempo del sogno, della riflessione, della meditazione. La donna pare quasi fluttuare immersa nella sua malinconia. Non c’è alcuna voglia di abbandonare la tristezza, nessuna voglia di provare altri sentimenti. Forse il suo unico desiderio è crearsi quella coperta tanto agognata: ha voglia di protezione, di isolamento, di essere lasciata con il suo dolore, con la sua placida malinconia. Guarda stranita il mondo. Non appartiene alla frenesia, alla quotidianità frettolosa e, a volte superficiale, della gente che vive nel suo paese: il suo mondo è fatto di gesti misurati, di pacatezza, di gentilezza, di pazienza…

La donna che pensava di essere triste è il secondo lavoro di Marita Bartolazzi. Il romanzo è una costruzione complessa di brevissimi capitoli scritti in maniera paratattica al confine tra la prosa e la poesia. Il filo rosso che unisce i capitoli è la figura di questa donna, la tristezza che lei porta con se, la sua delicatezza nel manifestare i suoi sentimenti. Non sappiamo dove sia ambientato, non conosciamo i nomi delle persone che la donna incontra e con cui interloquisce, non abbiamo una cronologia degli eventi. Sogni e realtà si fondono in un continuum che avvolge il lettore. Ci si lascia cullare nella dolcezza della scrittura, nella malinconia, nella storia di una donna forte e fragile allo stesso tempo. Marita Bartolazzi compie un lavoro complesso: scrivere al confine tra la prosa e la poesia è un esperimento narrativo interessante. L’autrice romana ci riesce e lo fa in maniera delicata. In punta di piedi, la “donna che pensava di essere triste” diviene un personaggio a cui il lettore si affeziona, per cui prova tenerezza e di cui condivide, spesso, quella fragilità e quei sentimenti. Una lettura da centellinare, che a volte potrebbe parere avvolgersi su se stessa e farci smarrire: forse l’intenzione dell’autrice è proprio questa. Prendiamoci del tempo e godiamoci questo lavoro, assaporiamolo piano, come del buon vino. Bartolazzi è una voce originale nel nostro panorama contemporaneo.



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