La donna che vedi

La donna che vedi

Ha cominciato a stare male dopo la sua morte, forse perché il dolore per la perdita si è aggiunto all’inaspettata scoperta, poco prima, del suo tradimento, di quel gesto così incomprensibile e crudele nei suoi confronti. Diktus Winter, il capo della multinazionale farmaceutica Winterpharm, anticonformista e provocatorio filantropo sempre impegnato a favore dei più poveri e disagiati, è morto da quarantotto ore e a Myriam Labate sembra che il mondo le sia crollato addosso. Il presidente le aveva consentito di dare inizio alla sua seconda vita dopo il ritorno in Italia da Londra, quando l’aveva assunta e insegnato tutto nei dieci anni in cui ha lavorato per lui, tutto, ben al di là del lavoro, compreso che “se vuoi che la bellezza sia tua alleata e non ti tradisca, devi saperla governare”. E bella lo è Myriam, e molto; più o meno quarant’anni, corpo statuario, elegante e sicura di sé usa la sua algida e straordinaria bellezza come uno scudo, se ne serve per mantenere la distanza praticamente con tutti. Con Diktus era stato diverso fin dall’inizio, era stato come se lui immediatamente le avesse letto dentro; da allora lei era diventata il suo braccio destro e lui il suo mentore, il suo punto di riferimento, la sua guida, il suo tutto, perché oltre a un incarico da manager quell’uomo le aveva dato un’identità. Nella vita di Myriam, oltre al lavoro, c’è poco altro: un appartamento lussuoso in un quartiere elegante, qualche incontro occasionale nei bar quando ne ha voglia, un po’ di marijuana fornita periodicamente da Said, il suo pusher di fiducia. Ma adesso Winter è morto e poco prima Myriam ha saputo che lui aveva disposto il suo immediato licenziamento. Perché le ha fatto questo? Perché dopo averle letteralmente donato una vita poi le ha tolto tutto? Al funerale, davanti all’arrogante erede del magnate che non vede l’ora di mettere le mani sull’enorme patrimonio dello zio, Myriam si mostra fredda come se avesse accusato il colpo quasi con indifferenza; in realtà da un po’ ha cominciato a stare male. All’improvviso le capita di avvertire come un blackout nella testa, soprattutto mentre sta guidando, una sorta di corto circuito che le provoca smarrimento e paura, aprendo il varco a immagini che arrivano da un passato remoto e rimosso. Non sa ancora Myriam che la sua vita sta per cambiare di nuovo e di nuovo profondamente, per condurla in un quartiere periferico di Milano, tra persone ai margini che sembrano non avere nulla in comune con lei, per scoprire che tutto è già stato immaginato per lei come un dono da chi sa di lei più di quanto lei conosca se stessa. Chi è Myriam davvero? Chi è stata in passato e, soprattutto, chi sarà adesso? Diktus Winter era veramente chi diceva di essere e perché conosceva Said?

Il nuovo romanzo di Giovanni Pannacci, proprio come i personaggi che racconta, non è quello che sembra – uno di loro lo dice esplicitamente alla protagonista, “In questa storia nessuno è chi dice di essere, dovresti averlo capito” –, o meglio è più corretto dire che è più di quello che si può immaginare all’inizio. Se si volesse offrire un giusto servizio a La donna che vedi, e soprattutto al potenziale lettore, bisognerebbe raccontare poco o nulla della trama, perché ciò che lo caratterizza in maniera più evidente sono i colpi di scena spiazzanti che è capace di offrire quasi in ognuno dei brevi e agili capitoli. L’identità dei personaggi – e non soltanto quella della protagonista Myriam, la cui storia cela ben altre storie dietro “la donna che si vede”, per parafrasare il titolo – è la prima fonte di stupore in quanto tutti o quasi si rivelano essere altro rispetto a ciò che appare e quasi tutti sono come intrappolati in maschere abilmente costruite nel tempo per proteggersi eppure alla ricerca del proprio vero io e della propria posizione nella società. C’è chi è vittima delle circostanze della vita, chi delle proprie convinzioni e della sua personale declinazione di libertà; chi vive a i margini alla ricerca di una integrazione complicata resa difficile dai pregiudizi e chi come Diktus Winter ha fatto della sua ricchezza il mezzo per dare un contributo al miglioramento del mondo ma anche per realizzare sogni personali a volte non semplici da comprendere. Il personaggio più complesso è naturalmente quello di Myriam, che grazie all’eccentrico mentore ha realizzato un percorso difficile per appropriarsi di se stessa; in realtà la perdita delle certezze che si è costruita in dieci anni, cui Winter ha fatto da sponda, pare mettere tutto in discussione e rivela che questo percorso non si è mai concluso ma ha ancora bisogno di attraversare altre tempeste, altre paure, altri rischi – primo fra tutti quello di fidarsi, credere e lasciarsi andare ad un’altra persona – per approdare ad una sicurezza che non ha più bisogno di maschere per proteggersi. Questo percorso che Myriam si trova ad attraversare è fatto però di misteri, trappole, inganni, follie, frustrazioni, vendette, potere e ricchezze ambite e perdute, ed ecco che il romanzo di Pannacci si arricchisce anche di sfumature un po’ da thriller, un po’ da spy story, oltre che romantiche e sensuali. Di un certo spessore le riflessioni di natura anche filosofica che accompagnano alcune situazioni, toccanti quelle che riguardano la crescita e la trasformazione da crisalide in farfalla di Myriam, nelle quali il dolore si mescola all’amore e in qualche modo al piacere, un po’ come racconta Platone in quel famoso passo del Fedone. Vale la pena leggerlo questo romanzo, per scoprire cosa cela l’altra metà del viso che domina la suggestiva copertina, per conoscere Myriam e innamorarsene tanto da farla restare a lungo nel cuore dopo la lettura, e per regalarsi un racconto originale e diverso che non può non piacere. Qualcuno potrebbe obiettare che, per certi versi, questa storia – che parla anche di inclusione, di apertura al diverso declinato in più modi, di rinascita, di libertà e di buoni sentimenti – possa apparire troppo ottimista e quindi poco realistica. Ma i libri servono anche a questo, a farci credere che le cose belle succedono anche in mezzo alle brutture e alle difficoltà peggiori, che qualcuno ci è destinato da qualche parte per il nostro bene e che “Tutto – nell’infinito intreccio dei destini – ha un senso nascosto, perfino le cose più irrilevanti: un sogno, un sospiro, una malevolenza, una vendetta”. La nota appena “irreale” (perché ottimista) ma tanto suggestiva che caratterizza le storie di Giovanni Pannacci non è certamente un limite ma piuttosto un valore aggiunto alla sua scrittura elegante e scorrevole.



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