La donna giusta

La donna giusta
Ilonka, donna bella e appartenente alla ricca borghesia, è seduta nella sala sontuosamente arredata della più elegante pasticceria di Budapest. Scorgendo la sagoma dell’ex marito, alta, pallida e sprofondata in un cappotto nero, mentre parla con la commessa che gli sta incartando una buccia d’arancia candita, non riesce a reprimere il pianto. Decide così di raccontare alla propria amica che le siede dinanzi la dinamica dei fatti che hanno decretato la fine del suo matrimonio. Dalla dolorosa percezione dell’esistenza di un’altra donna nella vita di Péter, ai vari tentativi messi in atto per riconquistarlo, fino alla sconcertante scoperta dell’identità della rivale. Alcuni anni dopo, nell’atmosfera fredda e deserta di un caffè della stessa città, Péter intravede a sua volta Judit, la donna giusta, quella per la quale aveva divorziato da Ilonka e che aveva sposato in seconde nozze infrangendo le convenzioni sociali. Ora, avvolta in un’elegante pelliccia di visone, sale su di un’automobile in compagnia di un uomo tarchiato. Davanti ad una bottiglia di buon vino bianco egli confessa ad un amico di sentirsi ormai un uomo irrimediabilmente ferito e pieno di risentimento. Più tardi Judit esce dal cono d’ombra in cui frusciava nelle confessioni dei due ex-coniugi, per rivelare al nuovo compagno, un batterista ungherese che si trova con lei in esilio a Roma, come sia riuscita a farsi sposare da Péter, pur essendo stata domestica a servizio della sua famiglia. E di come l’amore non sia stato sufficiente a sopprimerne lo spirito di vendetta. Il quarto monologo vede invece protagonista il batterista, ormai espatriato a New York dove, conversando con un connazionale, fornirà gli ultimi sviluppi dell’intera vicenda…
Per Sándor Márai la donna giusta (o l’uomo giusto) non esiste, e le strategie degli affetti sono fallimentari. Ma la conclusione lapidaria non sembri al lettore indegna di approfondimento, attraverso la sofferta e tortuosa ricostruzione che ne fanno i suoi protagonisti. La materia di questo lungo romanzo è, al contrario, inconsueta quanto basta per farsi seguire fino a quando non si è entrati nel gioco, e a quel punto ci si vuole restare. Inconsueta la storia ed inconsueto il modo di narrarla, per mezzo di ben quattro monologhi che l’autore addensa in epoche diverse. Una particolarità che gli consente da un lato di decrittare gli enigmi della vita da tutti punti di osservazione possibili, e dall’altro di far emergere tutta una serie di epifanie di questioni politiche e sociali in corso di evoluzione. Il procedimento narrativo tende ad analizzare con grande finezza psicologica i personaggi in tutte le loro sfumature, scrutando ogni increspatura dell’animo umano, registrando ogni parola ed ogni sospiro. Assemblando cumuli di pagine sulla rievocazione di un solo frammento di vita, Sandor Marai adotta una strategia dello scrivere che, attraverso la forma, conferisce armonia ai contenuti, senza sfoggio di tecnicismi ma virtuosa per naturalezza. Le confessioni dei quattro personaggi spogliano il mondo dalle sue tinte consolatorie. Con profonda amarezza essi avvertono i sentimenti sfuggire dal cuore, mentre le loro esistenze li invocherebbero. Ma questi slittano oltre perché non vi è un punto certo dove poter realmente consistere. E ciò che resta loro fra le mani non è che la spoglia morta delle proprie anime. Ed è da qui, dalla vita con lo spreco di emozioni e desideri, che lo scrittore ungherese attinge tutta la sua straordinaria ed impeccabile capacità.

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