La faccia delle nuvole

La faccia delle nuvole
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Iosef/Giuseppe è un abile artigiano, un falegname qualificato, possente e pieno di vitalità. Quando entra per la prima volta nella capanna in cui è nato suo figlio lo fa in punta di piedi, per non rovinare quel momento lirico tra il nascituro e sua madre. Lei, Miriam/Maria, assomiglia senza alcuna ombra di dubbio a quel bambino dal futuro segnato da eventi indimenticabili. Iosef no, sa che il suo destino è quello di vivere con sensi di colpa irreparabili, lui è lo “zimbello”, che arrossisce perché in costante soggezione di fronte agli occhi fieri del Prescelto. Per le convenzioni imposte dal suo paese forse avrebbe dovuto lapidare sua moglie per quello strano adulterio. Per la sua coscienza, invece, una sola strada era possibile: sposarla una, due volte, accettare quell’amore come un chiodo sulla croce. Addossarsi la responsabilità di essere padre di Ieshu e dargli la propria stirpe, ma più di ogni altra cosa salvare la sua famiglia dalle ignobili persecuzioni da parte di un re che uccide i neonati. Perché scorrerà tanto sangue innocente di infante in tutto il Medio Oriente per arrivare a suo figlio. Il “primo latitante del mondo” che conosce la fuga prima ancora di emettere una parola. Il “germoglio di un’attesa finita” da cui nascerà un avvenire diverso per molte persone, prima di tutto per la sua famiglia…

Se si amano Erri De Luca e i suoi romanzi, la lettura de La faccia delle nuvole può risultare poco appagante, o meglio fuorviante, una specie di vero e proprio deragliamento dalla strada battuta, lungo la quale si trovano capolavori come Montedidio o Il giorno prima della felicità. Questo particolare testo teatrale, questa pièce in cui il narratore prende spesso il sopravvento sembra più un divertissement che presenta una profondità pallida e dei tentativi non molto fortunati di facezia a cui l’autore, aggiungerei fortunatamente, non è avvezzo. Scegliere, ad esempio, di far parlare i pastori in napoletano trasforma improvvisamente la natività in un presepio di San Gregorio Armeno. Più che sincretismo religioso si può parlare di un impasto verbale alquanto bizzarro, probabilmente azzardato e comunque davvero poco riuscito. Tutto sembra immaginabile in questo luogo parallelo, la Galilea, neo provincia campana, in cui si mangia ricotta o si può confessare di “tenere una parpetola scurruta” (una palpebra che lacrima). Anche far sottolineare a Giuseppe che il bambino è “sputato” sua madre o al doganiere che arriva “un altro Josef: a volte ritornano” sembra a tutti gli effetti più degno di una ridanciana fiction natalizia della tv generalista piuttosto che di un testo sacro. La narrativa poetica di De Luca riaffiora nelle parole finali di Miriam/Maria che parla della morte del figlio senza strazio ma con consapevole dignità. Molto bella invece l’appendice in cui si ricostruisce un discorso sacro dalle numerose sfaccettature.



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