La fame

La fame

Periferia di città. Nel parcheggio dello stadio, al buio, nella zona più appartata del piazzale, un’auto sosta a fari spenti da diversi minuti. Forse attende qualcuno. Dal finestrino abbassato si intravede solo una mano appoggiata alla portiera, le lunghe unghie dipinte di rosso, eleganti, sottili. L’uomo che arriva cautamente dal buio – e che controlla preoccupato che nessuno lo veda – fuma un’ultima sigaretta prima di decidersi a scendere dalla propria auto. E nel buio già pregusta la pelle profumata di lei, morbida, giovane; il tocco delle sue labbra, il sapore della sua saliva. In preda alle più sfrenate fantasie si avvicina finalmente all’auto e solo adesso che è soltanto ad un passo da lei, si accorge che qualcosa non va. Una goccia di sangue cola dalle dita che sporgono dal finestrino fino a formare una piccola pozza a terra. È solo quando vede un rivolo rosso che si insinua tra i seni della ragazza e la gola squarciata che l’uomo intuisce la verità. Un urlo soffocato, l’orrore negli occhi, un conato di vomito e poi solo il buio...

Cruda, essenziale: la storia della protagonista de La fame – una giovane ragazza senza nome e senza volto – si svolge in flashback nel giro di pochi giorni e si conclude violentemente, come già il prologo lascia chiaramente intendere, chiudendo un cerchio fatto di passione, sesso, ossessioni ma anche violenza, sopraffazione e crudeltà. Cercando di dimenticare un passato carico di ricordi dolorosi, la donna si stordisce abbandonandosi ad eccessi di ogni tipo e sfruttando cinicamente la malìa che esercita sugli altri; trascorre la sua breve esistenza passando dalla vita in un night – di cui presto diventa l’attrazione principale – a seri disturbi alimentari, dagli uomini alle donne che la desiderano (e spesso la usano), la sfruttano, ma che talvolta la amano. Come il giovane sposato e padre di famiglia che non conosce la vera identità di lei ma che lo stesso finisce per innamorarsene perdutamente. Un noir cupo, inquietante, decadente, che indaga le pieghe più oscure e più inconfessabili dell’animo umano e che ci conduce disillusi ad un epilogo tutt’altro che consolatorio: non esiste perdono, non esiste redenzione.



 

 

 

 
 
 
 

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