La famiglia di Pascual Duarte

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Pascual Duarte nasce a Badajoz, una piccola cittadina spagnola dove l’alternanza delle case dei ricchi e dei poveri è una caratteristica singolare. La sua abitazione si riconosce facilmente: è bianca come il colore della purezza. Una casa in cui la pulizia e l’igiene non regnano, ma la convivenza con la noncuranza e la sporcizia è ancora accettabile. È piccola la sua dimora, ha solo due camere, la cucina e un piccolo recinto dove vivono due maiali e un asino. L’infanzia di Pascual non è felice: suo padre Esteban Duarte Diniz, che alza troppo spesso il gomito, picchia sia lui che sua madre . Il ragazzino all’età di dodici anni è costretto ad abbandonare gli studi per poter sostenere la famiglia, tanto da trovarsi ad aiutare sua madre Engracia durante il difficile parto di sua sorella Rosario. L’arrivo della piccola peggiora il rapporto tra i genitori, tanto da portare suo padre all’abbandono della famiglia, salvo ripresentarsi dopo pochi giorni come se nulla fosse successo. Eppure c’erano stati botte e insulti tra i suoi genitori! Rosario non ha una giovinezza serena a causa dei problemi di salute e della sua dedizione all’alcol, che la portano, intorno ai quattordici anni, a scappare di casa. Questo episodio non giova sicuramente al rapporto tra i suoi, che tendono a colpevolizzarsi reciprocamente per l’accaduto. La giovane torna a casa dopo circa cinque mesi, con problemi fisici molto preoccupanti, tanto da rimanere a letto ammalata per circa un anno. La famiglia si allarga ancora dopo il ritorno di Rosario, con la nascita di Mario, (in realtà figlio dell’amante di sua madre Rafael) albori di una vita che coincidono con la violenta morte di suo padre, aggredito da un cane, il cui morso risulta infetto tanto da ucciderlo. Il piccolo Mario è un bimbo con seri problemi fisici, accentuati dalla mancanza di cure da parte della madre. Anche per Mario il destino riserva una fine crudele: il piccolo, quando ancora non ha dieci anni, muore annegato in una tinozza piena d’olio…

La famiglia di Pascual Duarte è un romanzo dello scrittore Camilo José Cela, Premio Nobel per la letteratura 1989 “per una prosa ricca ed intensa, che con la pietà trattenuta forma una visione mutevole della vulnerabilità dell’uomo”. L’opera, pubblicata nel 1942, è una narrazione autobiografica che abbraccia lo stile del memoriale, stilata dallo stesso protagonista del libro, Pascual Duarte, un uomo di 55 anni ma vicino alla fine, condannato per i suoi mali, aborrito per essere carnefice di quelle vittime che fondamentalmente sono peggiori di lui. Duarte è in carcere ed è qui che decide di fare un bilancio della propria sfortunata esistenza, scrivendo una memoria che poi consegna a un amico di Don Jésus Gonzales de la Riva, un uomo morto proprio per sua mano. Tale affermazione è contenuta nella lettera posta a introduzione del racconto, un mezzo utilizzato dall’autore per prendere le distanze dai fatti narrati. È una storia piena di dolore quella di Pascual, una sofferenza che parte dalle origini, dalle botte, dall’alcolismo e dall’irascibilità dei suoi genitori, che lo privano anche dell’unica forma di riscatto possibile: l’istruzione. Pascual sa a malapena leggere e scrivere e far di conto quando è costretto ad abbandonare gli studi ed è poco più grande quando assiste alla disfatta di sua sorella e alla morte assurda di suo padre. È drammatica la descrizione del ritrovamento del cadavere del genitore, un corpo senza vita deriso da sua madre e suo fratello, mentre il povero Pascual si ritrova costretto a trattenere le lacrime di fronte a un simile scempio. Quello che scatena la furia assassina del giovane uomo è il dolore acuto per la perdita di un figlio che apre le porte alla sua mano colpevole e sofferente. Cela disegna una situazione famigliare feroce e crudele e un personaggio protagonista che per certi versi ha del grottesco, ma che è pregno del massimo del tormento che può colmare l’animo umano. La domanda sorge spontanea: Pascual Duarte è il carnefice o è la vittima? Pascual lascia dietro di sé una lunga scia di sangue, ma in realtà per i suoi misfatti non mostra pentimento né dolore. È come se in qualche modo si sentisse risucchiato dal vortice di un destino prestabilito: così è e così deve andare. Cela consegna al lettore la figura di Duarte vittima dell’ambiente e del mondo in cui è nato e cresciuto, come se la sua brutalità fosse conseguenziale alla violenza che da sempre ha circondato la sua vita, unica arma per potersi difendere. Pascual si sente quasi in obbligo di uccidere, sente quasi come un dovere l’atto di togliere la vita a qualcuno. Che si guardi il suo odio nei confronti di chi ammazza o che si guardi il suo amore nei confronti della sorella Rosario e del piccolo Mario, i sentimenti che la bella scrittura di Cela fa emergere, sono sinceri e molto profondi. Un personaggio ben disegnato quindi Duarte, che facilmente si fa travolgere dal rancore e difficilmente dall’amore, capace di incarnare le angosce di quel periodo storico. Belle le descrizioni dei luoghi e degli usi dell’epoca, narrati con una scrittura semplice e scorrevole e attraverso l’uso di proverbi e similitudini. Ne/Con La famiglia di Pascual Duarte emerge prepotentemente la poetica di Cela, caratterizzata da una visione negativa della realtà e dal tono spietato e aspro. In ogni suo scritto Cela evidenzia le varie forme di vita reale, guardandole con occhio espressionista (sottolineando maggiormente il lato emotivo rispetto a quello oggettivo) e in questo romanzo la visione negativa del mondo si manifesta violentemente come in nessuna altra opera dello scrittore spagnolo.

 


 

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