La fattoria dei gelsomini

La fattoria dei gelsomini
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In un’aristocratica residenza del sud dell’Inghilterra il pranzo domenicale rischia di trasformarsi in un incubo: l’invito di Lady Daisy Midhurst a trascorrere un fine settimana in campagna ha il sapore di un riconoscimento sociale irrinunciabile. Al contrario della crostata di uva spina dal sapore insopportabilmente acido che, insieme al caldo eccessivo e ad una curiosa composizione del gruppo di ospiti, rende i commensali irrequieti. Eppure nessuno osa esprimere il suo disappunto. Lady Midhurst è la quintessenza della perfetta padrona di casa, della gentilezza e della generosità, dell’eleganza. Impossibile contraddirla o contrariarla. Non resta che sopportare e sorridere, concentrarsi sui propri pensieri e fingere interesse. Finalmente l’interminabile pranzo volge al termine, nell’assoluta ostentata indifferenza ma apparentemente senza scossoni. Tra gli ospiti, però, resta una fastidiosa insofferenza, come di chi intuisce quanto sta per accadere. Può una partita a scacchi, sebbene lunga oltremisura, rivelare un inaccettabile segreto, rompendo i formali equilibri fra i presenti? La vita di Lady Midhurst è messa a dura prova da un imperdonabile tradimento che la porterà a fuggire in Provenza. Ma non potrà fuggire dal suo passato e dalle innumerevoli ferite che le hanno regalato solo tanta sofferenza…

La fattoria dei gelsomini è un concentrato di personaggi (numerosi e variegati) paradigmatici dell’aristocrazia inglese decaduta, che si nutre di riti, ricevimenti, relazioni artefatte, formalismi che nascondono inspiegabile acredine, apparenza e fragilità alla base delle relazioni, ipocrisia e manierismo. Il peggio dell’età vittoriana raccontato con distaccata ironia, una pungente satira sociale, un esilarante spaccato dei rapporti familiari di inizio Novecento. Pensieri che contrastano con i dialoghi, alternarsi di leggerezza e profondità, stile ricercato ed elegante che lascia spazio alla profondità dei sentimenti, creano un simpatico effetto sdoppiante che si ritrova anche nella struttura del romanzo: la prima parte scorre lenta come i ritmi della tavola, mentre la seconda si concentra sul veloce flusso di pensieri. Elizabeth von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp, australiana di nascita, esprime tutto il suo sentirsi ‘british’ dedicando spazio alla descrizione delle campagne inglesi e della stessa città di Londra, con un accento anticonformista sfacciatamente dichiarato. Fazi editore dà nuova vita alle opere della von Arnim (già edite da Bollati Boringhieri), pubblicandole nuovamente ed esaltandole attraverso una interessante traduzione di Sabina Terziani e una veste grafica scintillante ed accattivante.



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