La felicità è come l’acqua

Chinwe ed Eze sono marito e moglie, vivono in un quartiere esclusivo e sono Testimoni di Geova. Per la verità, Chinwe è stata battezzata dopo che la madre l’ha convinta a sposare Eze, una persona che ostenta il benessere di cui gode, i beni materiali di cui si circonda. Dopo l’acquisto della nuova macchina decide che per farla vedere a quanta più gente possibile è necessaria una cena in cui invitare vicini e amici. A cucinare ci pensa Chinwe con la servitù. Lui fa sfoggio dei loro averi. Ma pavoneggiarsi con arroganza non è (mai) una buona idea in uno dei paesi più poveri del mondo… Ezinne non riesce ad avere figli e si fa convincere che sia a causa di un Wahala, una sorta di maleficio. Il problema è dentro di lei. “E se il difetto non fosse stato dentro di lei? Se invece fosse in lui? Non osava dare voce a quel pensiero. Si sa che in questi casi la colpa è sempre della donna”. Per toglierlo si rivolge ad una dibia, una fattucchiera e all’occorrenza levatrice. Dopo bisogna festeggiare con una cena - progetta suo marito - e dopo ancora approfittare del momento propizio. Non importa se Ezinne è stanca o sta male. Quello che conta è il piacere, il piacere di lui, non il dolore di lei, quello che ha il sapore di una violenza, ma è tollerato perché a usarlo è l’uomo di casa… Sbiancarsi, diventare come le donne americane sulle riviste patinate, provare tutte le creme e tutti gli intrugli, affrancarsi dalla negritudine nel corpo e nella parola, affinare l’inglese e dare alla propria stessa lingua le inflessioni e l’accento anglosassone. Chiarezza a ogni costo. Fare di tutto pur di rientrare negli standard estetici che il mondo impone, fosse anche con rimedi estremi. Con l’ammoniaca, per esempio, che promette miracoli… Nneoma non può avere figli, una disgrazia che non incrocia le aspettative dei genitori, come se la colpa fosse tutta sua. Allora pensa che se non può averne di suoi, può prenderne altri. Quelli appena nati delle sue amiche, per esempio. O delle estranee alle quali racconta storie, in chiesa. Ma non sempre i piani vanno come una li ha progettati. E Neoma lo sa, ma non può farci niente. Quei figli, quei figli sono un’ossessione… Amare una donna, desiderare di stare con lei. Desiderare di seguirla quando parte per l’America. Ma tua madre ti dice che non è normale, ti implora di trovare marito e fare figli perché è così che è più giusto e poi l’ufficio che non ti rilascia il foglio verde per l’espatrio e perché devi andare in America per studiare ingegneria ambientale? L’unico che ti sostiene, stranamente, è tuo padre che laconico abbassa il giornale e ti dice piano piano di andarteli a prendere, i tuoi sogni, la tua compagna, il tuo amore, ché queste non sono cose che si pianificano. Ché queste sono cose che succedono, che si desiderano. E basta… Grace è un sogno che entra singhiozzando e in punta di piedi nella stanza dell’insegnante di teologia. Vuole capire, ci sono cose che non le tornano. Sul divorzio, la moralità, la depravazione. Due donne che si amano è peccato? Il Vecchio Testamento dice così. Grace è bella e giovane, lei, invece è un’insegnante con un po’ più di anni sulle spalle. Eppure continuano a vedersi, a parlarsi, a cercarsi. È possibile? Sarebbe possibile, ma Grace vive in una famiglia all’antica, sua madre le ha trovato marito in Nigeria. Glielo ha mostrato in una foto. Presto andranno a Port Harcourt per celebrare il matrimonio tradizionale. Il resto non si discute, anche se quell’amore così proibito è il più vero, il più intenso, quello eterno. L’amore della sua vita. “Grace è seduta accanto a me e non posso fare a meno di pensare che forse la soglia della gioia è di per sé una forma di felicità”…

Racconti potenti, spiazzanti, dirompenti. Lenti e articolati, malinconici e stringenti. Scritti in ostinata economia di linguaggio, secchi come stecchi eppure gravidi di consapevolezza, di testimonianza. Fanno tremare di sdegno, ribrezzo, disgusto, rabbia, impotenza e frustrazione. Raccontano l’ordinaria lotta di donne, ragazze, figlie schiacciate dal maschilismo, soffocate dai pregiudizi, diminuite dalla superstizione, annichilite dalla violenza, prigioniere di fidanzati, fratelli, padri, mariti e di una tradizione patriarcale che le disprezza e le mortifica. La Okparanta dipinge una Nigeria avviluppata nelle sue credenze, nella incrollabilità della tradizione, nei riti apotropaici, nella fede opportunistica e scaramantica, nell’obbligatorietà del rispetto e della sottomissione agli uomini di casa. Le mette in seno una lotta quotidiana e tutta femminile per l’emancipazione, la dignità, la libertà, l’indipendenza, l’affrancamento dalla bellezza a tutti i costi, dall’obbedienza a tutti i costi, dalle relazioni inique e oppressive. A scapito delle situazioni in cui si trovano – spesso sole, con uomini violenti accanto o, al più, indifferenti ma possessivi; con una idea del mondo troppo oltre la comprensione – le donne di queste storie sono figure immense con un brillìo sempre vivo negli occhi, un moto perpetuo di indignazione e insofferenza, di ribellione, che fa della marginalità reietta cui sono relegate - anche quando tacciono, anche quando non trovano la forza di ribellarsi, di lasciare i loro uomini, di andarsi a prendere ciò che spetta loro - non un luogo di vittimismo, ma un manifesto di denuncia e protesta. Il punto di vista è sempre il loro, ad indagare la piccolezza ostativa dei preconcetti, la psicologia fallica del maschio, la drammatica sperequazione sociale, la miopia sui desideri delle ragazze, la tronfia arroganza del potere di chi decide quale dovrà essere il loro futuro. Non c’è una denuncia aperta, soltanto un mostrare con distacco narrativo la realtà della condizione femminile nella società odierna. Che sia la Nigeria o gli Stati Uniti. Le loro vite sono l’amplificazione di tutte quelle altre vite - omosessuali, nere, native, povere, malate, vecchie - che non rientrano dentro il peraltro l’inesistente concetto di normalità. Dall’altro lato mette in evidenza la grettezza, l’arretratezza, il razzismo, l’ignoranza, il disprezzo, l’intolleranza di un mondo arcaico che resta ostinatamente ancorato ai suoi superati principi. I racconti della Okparanta parlano alle donne, a quelle sole, alle bistrattate, picchiate, offese, mutilate della loro natura di esseri umani; a quelle che hanno paura e a quelle che hanno trovato il coraggio; parla alle donne che non vogliono figli, a quelle che non possono averne, a quelle che per se stesse hanno scelto una strada diversa. Parla alla ragazza che domani vorrà fare la calciatrice, l’astronauta, la camionista; alla donna che ama una donna e a quella che sta bene da sola. Parla a tutte con la forza e la prorompente forza di un grido. Un messaggio potente per i tempi in cui viviamo. Ci dice che soccombere e sopportare non equivale a portare rispetto, che apparteniamo ad una metà del cielo altrettanto libera che non si fa ingannare e non si fa intimidire e che nessuno ha diritto di prelazione sul nostro corpo e la nostra anima.



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