La felicità di essere tristi

La felicità di essere tristi

“Le Soleil noir”. Terra frammentata, convulsa, movimento irrefrenabile di pensiero e fantasticheria – convive, è al tempo stesso - si tramuta in immobilità, ritirarsi di “forza organizzatrice vitale”, vuoto. Il dolce vortica con l’amaro, il terrore con l’estasi: “sistema entropico in bilico tra gioia e tristezza. Saturnino manifestarsi. L’uomo malinconico appare, appaiono le sue parole terapeutiche, ora sfuggono, e lui scompare. “Thought, thought”, insiste Thomas Hoccleve (1368-1430), rimuginando, pensando, deprimendosi, isolandosi dal consesso umano, proiettando instabilità e pessimismo dai sintomi somatici alla precarietà finanziaria. Shakespeare: malinconia d’amore, elemento destabilizzante delle convenzioni sociali. Amleto: religioso radicarsi della malinconia nell’anima, nel profondo dove qualcosa si muove per avvicinarsi alla carne in putrefazione e allontanarsene fatalmente. Melancholia anatomizzata in Robert Burton, 1621, medicina e filosofia, scienza e poesia, “studio socio-antropologico” sulle idiosincrasie della società del XVII secolo, e possibili rimedi medico-filosofico-religioso, alla ricerca del “quiet mind that cureth all”. Un angelo di pietra si sgretola pietra su pietra, ai piedi di un’enorme sfinge. Ossari brillano nella notte della poesia romantica, esperire in cui gioia e tristezza portano al sublime. Melancolia come categoria estetica, inafferrabile a una precisa ermeneutica totalizzante…

L’opera-mondo di Robert Burton del 1621, Anatomy of Melancholy, nella sua struttura e nella sua organizzazione, è il filo rosso che corre attraverso questa raccolta di saggi curata da Annalisa Volpone. È Burton infatti, anticipando studi e passaggi a venire sulla mente umana, l’autore di un trattato filosofico-religioso-medico, multiforme e interdisciplinare sulle declinazioni della malinconia, e sarà poi il dottor George Cheyne a nominarla “english malady”, proprio per la sua significativa manifestazione in terra anglosassone. Tracciando un cammino storico che va dall’interpretazione religiosa a quella medica, fino alle propaggini psicanalitiche, alla malinconia come sinonimo di depressione, squilibrio mentale, l’analisi letteraria di Hoccleve, Burton, Shakespeare, Ford, ma anche Henry Fielding, John Keats, James B.Thompson e Oscar Wilde, si sposta sulle intersezioni con le neuroscienze prima e con i campi della linguistica poi, in una ricerca a più voci che non vuole coprire, esaustiva, ma vuole allargare l’orizzonte investigativo aprendo nuove prospettive, sconfinare per creare nuove possibilità di senso, indagando così l’abisso di Amleto come il diario errante-senza-porto di Fielding, il piacere doloroso di Keats e il silenzio veicolo di malinconia in The Hours di Michael Cunningham. Saggi in italiano e in inglese, anche a suggerire un significativo confronto tra le due lingue nella terminologia utilizzata per esprimere le campiture della melancholia, esperienza ed “emozione” estetica, di emozioni “mature e composite”. “Le bonheur d’tre triste”, appunto, scriveva Victor Hugo.



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