La felicità terrena

La felicità terrena
Vive con un bambino morto, Maria Annunziata. Il suo bambino. A quattro anni se n’è andato per una malattia che in poco tempo l’ha ucciso. Maria Annunziata però continua a vederlo. La mattina lo porta all’asilo, lo va a riprendere la sera, gli fa mille domande su cosa ha fatto durante la giornata, apparecchia la tavola per due, lo mette con lei nel lettone dove dorme sola da un pezzo. E il piccolo fantasma silenzioso riempie il suo bisogno inappagato di un sentimento sicuro, di “un sogno da sognare in due”... Anche Giulio talvolta sente su di sé la carezza e le labbra di qualcuno che ha molto amato ed è morto. È un fantasma bellissimo, che gli fa compagnia per gran parte del giorno. A volte può succedere che lo faccia piangere, ma per “un eccesso di dolcezza”. D’altra natura sono le lacrime che Giulio versa quando va a visitare la tomba della persona che è diventata quel fantasma. Sono singhiozzi e lamenti per ciò che non c’è più, per chi si è allontanato irrevocabilmente... Vanessa invece vive, o meglio condivide il proprio corpo sgradevolmente enfiato, con un diavolo che le è andato ad abitare dentro. Il diavolo si chiama Roberto e le parla attraverso la macchina per fare i vaglia e i conti correnti nell’ufficio postale dove lavora. Pure Gesù le parla, a volte. Grazie a queste conversazioni lei sa esattamente cos’è il bene e nel suo dicotomico universo interiore, in cui la pazzia la fa sentire vicina alla verità, gode di una straniata forma di appagamento... 
Esistenze che galleggiano nella calma apparentemente piatta di una quotidianità banale e che sbiadirebbero fino a scomparire se non ci fosse qualcuno a definirle con la propria scrittura per consegnarle all’attenzione del lettore. Di queste vite e della loro aspirazione alla felicità, narra Giulio Mozzi. Una felicità fragile, minata dall’incombente eventualità dell’alienazione e del fallimento, dal suicidio, dalla paura di fare del male, dall’aspirazione ad essere tutt’uno con gli altri frenata e frustrata da un individualismo non facile ad amalgamarsi. La maggior parte di questi racconti è segnata dal vuoto che i morti incidono nel cuore e nei pensieri di chi resta: la nonna rimpianta dal nipotino che sta aprendo i regali di Natale (in “Quanta neve”); il nonno che torna in mente a Michele mentre in una fredda mattina del primo dell’anno passa in autobus davanti al cimitero (in “Corsa”); Tilli, che cantava nel coro della parrocchia e che si è buttata dalla finestra lasciando dietro di sé soltanto un ricordo d’insignificanza e di bontà (in “Tilli”). Tra i fili conduttori si distingue così l’elaborazione del lutto, che è in qualche modo imparentata con la felicità perché imparare a convivere con la ferita dell’assenza schiude la possibilità di una pacificazione non lontana da un’esile gioia. Ripubblicato da Laurana in una nuova edizione dopo quella uscita nel 1996 per i tipi di Einaudi, La felicità terrena contiene due racconti inediti, una postfazione dell’autore e un testo del suo eteronimo Carlo Dalcielo. Lo stile scarno e ricercatamente elementare di Mozzi scandaglia luci e ombre di personaggi che inseguono, e trovano, una loro felicità. Non quella assoluta e durevole comunemente intesa e desiderata, ma una sorta di compromesso con la corporeità, la solitudine, la necessità fisica e spirituale d’amore. Allora anche rifugiarsi in una realtà onirica e parallela, indirizzare lettere a un’amica affezionata, scambiare promesse con una ragazza illudendosi che siano eterne, divengono altrettante possibilità di essere felici. Non completamente, e non per sempre, ma per quel che ci concede il nostro essere gettati nel mondo.

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