La ferrovia sotterranea

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Georgia, prima metà dell’800. Cora è figlia di schiavi e nipote di schiavi. Sua nonna Ajarry è stata rapita quando era soltanto una ragazzina dal suo villaggio africano e venduta più volte prima di arrivare al porto di Ouidah, dove ha visto per la prima volta in vita sua il mare e gli europei, uomini con “la pelle bianca come ossa”. Nella stiva della nave inglese “Nanny”, nella puzza e nel caldo asfissiante di centinaia di corpi ammassati, Ajarry è stata lasciata in pace per un mese e mezzo per la sua tenera età, ma poi è stata violentata, come tutte le donne a bordo. Sconvolta, ha cercato di uccidersi, prima rifiutando il cibo poi provando a gettarsi in mare, ma è stata salvata entrambe le volte e ha fatto il resto del viaggio verso l’America incatenata, per sicurezza. Era convinta che i suoi cugini, acquistati a differenza sua da mercanti portoghesi e tutti morti in un naufragio poco tempo dopo, fossero stati più fortunati di lei e lavorassero per padroni gentili e generosi in un ipotetico nord. Lo ha pensato tutta la vita, trovando conforto in questa fantasie “quando il peso delle tribolazioni arrivava al punto di schiantarla in mille pezzi”. In America la nonna di Cora h cambiato molti padroni e molte piantagioni di cotone e alla fine è arrivata dai Randall, in Georgia. Ha avuto tre mariti, uno venduto ad un’altra piantagione e mai più rivisto, gli altri due morti giovani. Ha avuto cinque figli, “ciascuno partorito nello stesso punto del pavimento della capanna”: l’unica che ha superato viva l’età di dieci anni è stata Mabel, la madre di Cora. Ajarry è morta di ictus “in mezzo al cotone, con i fiocchi bianchi delle capsule che le ondeggiavano tutto intorno come creste di cavalloni nell’oceano spietato”. Alla proposta di Cesar, che ha chiesto a Cora di fuggire con lui al nord, Ajarry avrebbe detto sicuramente di no. Ma Mabel, lei avrebbe detto di sì…

Uno struggente, doloroso romanzo di formazione ambientato nella realtà atroce delle piantagioni di cotone del Sud degli Stati Uniti prima della Guerra Civile: ecco cosa sembra La ferrovia sotterranea per una settantina di pagine. Ma poi, inaspettatamente, tutto cambia e il romanzo diventa qualcosa che è difficilissimo da spiegare. Un western visionario? Un’ucronia steampunk? Un’avventura picaresca? Sebbene le metafore nel libro non manchino, il newyorchese Colson Whitehead ironicamente costruisce la sua storia a partire dalla negazione di una metafora: la ferrovia del titolo qui non è infatti un network di simpatizzanti liberazionisti messo su dal Nord anti-schiavista, è una reale ferrovia segreta, una vena di ferro pietra e carbone che attraversa gli Stati Uniti e trasporta schiavi fuggitivi in salvo. Questa ferrovia e i suoi eroici gestori hanno ovviamente dei nemici: il più letale è il cacciatore di schiavi Ridgeway, un villain spietato dai tratti molto fumettistici. Ed ecco di nuovo il mix geniale di Whitehead: raccontare il dramma di una giovane donna cresciuta nella violenza più atroce e temprata dalla vita utilizzando un registro “alto”, serissimo e accostarlo a stilemi pop, da narrativa di genere. Ha influito forse in questa scelta il fatto che Whitehead abbia voluto raccontare la storia dello schiavismo anche ai giovani lettori: “Non avrei scritto lo stesso libro se non fossi stato padre”, ha spiegato a Oprah Winfrey. “Il pensiero di mia figlia di 11 anni e di mio figlio di 3 mi ha condotto alla brutale realtà dello schiavismo: il prezzo che richiedeva alle famiglie. Violenza a parte, povertà a parte, lavoro sfiancante a parte, la tua natura di merce comportava il fatto che potevi essere venduto e da un momento all’altro perdere figli, partner, genitori. Ma nonostante tutto, malgrado tutta la disperazione che può esserci in questa mia storia, c’è anche la speranza. La speranza dei bambini che tutto possa cambiare in meglio sempre, e la speranza di un padre che le cose possano andare meglio per i suoi figli”. La ferrovia sotterranea ha vinto il National Book Award per la narrativa nel 2016, il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2017 e il Premio Arthur C. Clarke lo stesso anno.



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