La fiaba estrema

La fiaba estrema

Nel sogno ricorrente lei entra sola in una cattedrale immensa, altissima. Nella vita-scrittura, il romanzo e la poesia si sviluppano aderendo al “concreto sentire”. Elsa Morante, nata a Roma dalla madre Irma e dai due padri Augusto (anagrafico) e Francesco (naturale, non potendo Augusto avere figli); Elsa “complessa e tempestosa”, dei racconti e delle poesie fin da bambina, dei castelli narrativi che presto scivolano in canzoni, in versi poetici, i capitoli a sigillare con titoli enfatici e altisonanti tortuose discese e limpidi sguardi ad approfondire “verticalmente” il dato emozionale. Elsa dei lunghi quaderni, delle riscritture. Elsa del moto-sentire quotidiano, dell’amore che avvicina, sostiene, abbraccia e rimprovera, insegue e dona e diviene sempre più ampio: Alberto Moravia, Luchino Visconti, Bill Morrow. Elsa di Elisa chiusa nella stanza del suo pensiero, a comporre le trame del primo romanzo Menzogna e sortilegio. Elsa nel cammino radicale matrilineare. madre e figlio, figlio e madre, amante e madre, ragazzo e madre. Gli itinerari di Roma, gli attici brulicanti di gatti, l’isola Procida di Arturo. Il mito e la narrazione/finzione salvifica. L’aderenza sottile, in mezzo ai turbolenti opposti, che scorre tra vita e scrittura sfumandone il confine: “come un fratello maggiore, fanciullo al pari/ e materno in cuore, indago su di te/ i segni della notte”…

L’intensità del lavoro di Graziella Bernabò rende omaggio, senza riserve, a quelle due parole che ne compongono il titolo: fiaba estrema, dalla poesia di Elsa Morante Alibi. Così, componendo il quadro biografico a intrecciarsi con la scrittura e la vita dei personaggi, la Bernabò si avvicina il più possibile – pur nella distanza - alla Morante, scardinando griglie e letture interpretative stagnanti, inutili di fronte a “una scrittura estrema, capace di abbracciare tutto un mondo e impegnare le forze fino allo spasimo, essendoci con i propri affetti e le proprie ferite, con le proprie frustrazioni e la propria abilità di romanziera”. Il rapporto ambivalente con la madre, la cesura traumatica e il conseguente dialogo d’assenza, l’indigenza, il matrimonio con Alberto Moravia, la morte di Bill Morrow, i gatti e i ragazzini, la “vera” letteratura e le “vere madri”. La Bernabò osserva (lavorando tra l’esame delle fonti libresche conservate alla Biblioteca Centrale di Roma e le interviste a chi ha conosciuto Elsa da vicino, a ricostruire le reti di relazione) quel sottile movimento di tra le righe della Morante, riportando la lettura – sentita e commossa – di un romanzo nel suo farsi, “realismo amoroso e concreto sentire”: si potrebbe dire osservazione del baluginio di un grande romanzo-cattedrale.



 

 

 

 
 
 
 

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