La filosofia dei Sex Pistols

La filosofia dei Sex P

È il 4 giugno 1976, nella Lesser Free Trade Hall di Manchester, una città industriale davvero brutta e depressa, si esibisce un nuovo gruppo di Londra. Gli spettatori sono poche centinaia, tra questi, molti futuri musicisti come Morrissey, Pete Shelley, Howard Devoto e Peter Hook, futuro bassista dei Joy Division. All’improvviso energia, elettricità e caos sconvolgono la platea in un turbine di approssimazione tecnica, incapacità musicale, suoni distorti ed irriverenza urlata: sono i Sex Pistols e tutti hanno la sconcertante sensazione che nulla sarà più come prima. Un evento. La risposta a chi contesta loro di non saper suonare è: “E allora?”. È già su questa contestazione della forma che si applica l’antico dilemma filosofico sui modi di manifestare la verità. La loro verità mirata ad azzerare lo stato di cose si esplicita nell’urlo reiterato “No future!” e nella parola d’ordine “Anyone can do it! Do it yourself!” (Chiunque può farlo! Fallo tu stesso!). I Sex Pistols dureranno solo due anni, dal ’75 al ’77, eppure restano un punto di svolta, quasi un grado zero di una nuova scala di misurazione, poiché dopo di loro la scena musicale riparte con nuova spinta vitale, dalla ricerca etnica agli esperimenti elettronici, dalla nuova crescita di rizomi sul fusto del rock primigenio alla New wave. La loro non fu una rivoluzione, casomai una rivolta con gli effetti di una rivoluzione e la conseguente apertura a nuove opportunità connessa a ciascun evento distruttivo…

Interessante l’approccio in chiave filosofica e sociologica alla lettura di un soggetto “pop” alla stregua di Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco del 1961. Avvalendosi del pensiero elaborato dal filosofo Gilles Deleuze (1925-1995) in collaborazione con lo psicanalista Félix Guattari (1931-1992), Giovanni Catellani legge il fenomeno Sex Pistols sulla base del semplice assunto deleuziano secondo cui “…la filosofia è l’arte di formare, di inventare, di creare concetti”. In tal senso il gruppo inglese ha contribuito, magari suo malgrado, alla creazione di ogni possibile futuro proprio mettendo in discussione il panorama esistente con una negazione del futuro stesso, negazione vera al momento del suo enunciarsi ma lungi dal costituire una base ideologica: un approccio individuale con conseguenze collettive. Così come non c’è stata progettualità rivoluzionaria in Johnny Rotten & co. motivo per cui l’autore associa il fenomeno non alla rivoluzione bensì alla rivolta, con buone probabilità inconsapevolmente fruttifera. Purtroppo però la base su cui poggia la disamina di Catellani è costituita unicamente dai pilastri sopracitati ed esaurendosi ben presto risulta ripetitiva, assumendo a tratti un velo di pedanteria tale da ricordare un testo per la preparazione di un esame universitario. Solo due le incursioni in campo strettamente musicologico: una tecnicamente inesatta, l’altra fortemente opinabile. La prima consiste nell’asserzione che grazie ai Sex Pistols, Peter Hook (bassista dei Joy Division), “…diventò un bassista capace di creare nuove tonalità”. Posto che il basso non è lo strumento armonico per eccellenza, la “tonalità” è un elemento matematicamente dato a meno che non si riscriva da zero la grammatica musicale e questo non l’hanno fatto né i Joy Division né tantomeno i Sex Pistols che sapevano suonare a malapena. Ci aveva provato Schönberg con ben altro bagaglio teorico e risultati discutibili. La considerazione opinabile sta nel rimando ad un passo dello scrittore David Nolan che afferma che senza i Sex Pistols non ci sarebbe nulla di tutto ciò che è seguito loro, neanche gli Oasis o i Coldplay… si potrebbe eccepire che forse ad aprire nuovi orizzonti ci avevano già pensato i Beatles che i gruppi sopracitati scimmiottano non poco, senza peraltro riuscire ad avvistarli neanche col binocolo.



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