La filosofia del giardiniere

La filosofia del giardiniere

Un giardino rappresenta un viaggio che ci apre davanti infinite opportunità. È un dialogo costante che attraverso precise declinazioni soddisfa pienamente ogni tipo di aspettativa. La terra raccoglie intemperie e raggi di sole per ridare in cambio prodotti inaspettati. Un territorio vasto in cui si muove una figura importante, quella del giardiniere, che attraverso la sua immaginazione coniuga il suolo di fronte per arricchirlo con il proprio lavoro. Aggettivi come brullo, arido prendono sinonimi inaspettati, trasformandosi in qualificazioni per nuove prospettive. Quando si ha a che fare con il mondo vegetale bisogna perdere di vista le proprie certezze: l’apparente disordine, ad esempio, di un bosco o di un giardino nasconde, invece, una precisione quasi millimetrica che non ci si aspetterebbe. Perché le regole non le fa il giardiniere che è costretto ad ammettere umilmente di non essere il creatore di tutta quella magnificenza che lo circonda. Un ramo che vorrebbe in una determinata posizione ricade miseramente per motivi che sembrano sconosciuti. L’uomo si piega rispettosamente ma non può cogliere messaggi che il giardino non trasmette. La vocazione che lo rende giardiniere lo porta anche a impegnarsi nella sfida continua, quella che si basa su un’inquietudine che è connaturata al suo lavoro. Nel passeggiare all’interno della sua migliore creazione, la sua attenzione, in virtù del suo carattere inquieto, verrà attirata dalla pianta che soffre, da un equilibrio mancato, da una richiesta di aiuto. La sua missione richiede costanti atti di donazione, aperture verso l’esterno, di cui diviene parte integrante…

Questo libriccino di Roberto Marchesini cerca di schiudere le relazioni esistenti tra un giardino e l’essere umano che se ne prende cura. Il percorso che intraprende ha una grande apertura visiva. Non è difficile immaginarsi a volte in volo sullo spazio sconfinato che la natura offre, con tutte le sue fragili contraddizioni. Ciò che si mette in chiaro dall’inizio è una lezione essenziale, non solo per il giardiniere, ma per ogni abitante della Terra: chi comanda non è e non sarà mai chi calpesta il terreno, ma il terreno stesso. Per quanto “artistici” si voglia essere, per quanto sviluppata possa essere la propria conoscenza, nell’avvicinarsi al mondo vegetale occorre mantenersi rispettosi. Mai padroni, ma servitori. E nella maggior parte dei casi, attendere, aspettare l’arrivo del momento propizio, traendo beneficio anche dagli attimi di sospensione. Tutto è in linea con le teorie postumanistiche di cui è fautore il filosofo ed etologo bolognese. Il linguaggio è molto colto, ricercato, che prevede locuzioni cesellate come “ascoso volto” o “hybris fondalica” ma che appesantisce un ragionamento che a ben guardare difficilmente potrebbe mostrarsi in un’eventuale poetica leggerezza. Ogni pagina ha, di conseguenza, un peso importante, sia per l’argomento che si intende trattare, sia per il modo in cui viene fatto. La lettura, pur nella sua evidente filosofica – è il caso di dirlo ‒ complessità, rimane affascinante e non solo per coloro che hanno un rapporto simbiotico con le piante, perché anche chi alla natura non guarda può, o forse sarebbe meglio dire, deve imparare dalla natura.



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