La fine

La fine
15 agosto 1953. Il quartiere italiano di Elephant Park, cittadina dell’Ohio, è in piena fibrillazione e si anima di una festante moltitudine di adulti e bambini che, come di consueto, si riversano lungo le strade per celebrare la ricorrenza dell’Assunta. Ma quest’anno Rocco, panettiere mite, modesto e compassionevole, per la prima volta dopo 10.685 giorni di ininterrotto esercizio non ha aperto la bottega. Sulla stampa locale è comparsa la notizia che il nome del figlio mezzano comparirebbe nell’elenco delle vittime della guerra di Corea. Appare deciso a partire per il New Jersey, dove la moglie Loveypants,  detta anche Luigina, si è trasferita da diciassette anni con i tre figli per ovviare agli stenti economici. Anche Lina un giorno se n’era andata via da Elephant Park, abbandonando senza alcuna apparente motivazione il marito Vincenzo, il figlio Ciccio di soli nove anni, una madre rimasta sola a custodire la tenuta agricola dopo il rientro del padre in Sicilia e Costanza Marini. Un’anziana vedova immigrata dal Lazio, che pratica aborti clandestini e mirava ad assicurare alla giovane sarta un avvenire più felice rispetto a quanto la sorte aveva scelto per lei… 
Ogni tanto, per fortuna, si incontrano ancora esordi narrativi che hanno il passo solenne delle grandi opere prime. E si resta sorpresi di come la scrittura possa ancora godere di ampio respiro, emozioni e vicende vegano evocate in maniera delicata, quasi poetica. E di quanto paesaggi e ambientazione possano trasformarsi in anima vera, in sentimento, in destino. L’originalità di Salvatore Scibona  - nato a Cleveland nel 1975 - investe sia l’accuratezza linguistica sia l’emblematico impianto di una narrazione in cui il tempo si frammenta e i ricordi si mescolano di continuo con i fatti. E culminano in un romanzo di indiscutibile valore, entrato ormai nel canone letterario degli Stati Uniti, dove l’autore è stato selezionato dal prestigioso New Yorker tra i venti migliori autori di lingua inglese sotto i quarant’anni di età. La fine è un testo denso ed estremamente affascinante, in cui l’autore più che sommare eventi raffigura l’affresco di una terra letteralmente impastata di realismo e fatalità, dove la memoria storica batte costantemente alla porta. Un mosaico di storie minute appartenenti a immigrati italiani, come lo scrittore stesso, la cui condizione di cittadini americani è stata ormai metabolizzata. Uomini, donne e ragazzi accomunati ormai solo dall’inconsapevolezza e dalla generosità con cui appaiono disposti a battere le strade di un destino già segnato.  

 

 

 

 
 
 
 
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