La fine dei vandalismi

La fine dei vandalismi
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Da qualche tempo agli atti di vandalismo che da sempre imperversano nella Grouse County ad opera di giovani annoiati come Albert Robeshaw e, una generazione prima, Louise Darling, si sono aggiunti i furti nelle fattorie. Furti dapprima insignificanti, tanto che nonostante lo sceriffo Dan Norman sia convinto che ne sia autore Tiny Darling, il marito di Louise, decide di lasciar correre, salvo poi trovarsi dinanzi a furti di oggetti sempre più enormi. Ora vengono rubati solo oggetti di grandi dimensioni: trebbiatrici, trattori, macchinari per imballare il fieno e così via. In una città sonnacchiosa come Grafton, la fantasia popolare fa presto a costruire il mito della “banda dei carri merci” e allo sceriffo non resta che smontare fantasiose teorie pezzo per pezzo, mentre al contempo si innamora di Louise, è turbato da una fanatica religiosa, si imbatte in un bambino abbandonato nel carrello del supermercato, si trova a smistare la manna di aiuti che la comunità fa generosamente piovere sul piccolo Quinn, indaga per individuare tra tredici improbabili candidate la donna che lo ha partorito, dà la caccia all’ex marito della donna con cui convive, partecipa a infuocati consigli comunali dove si discute il destino di un cane imbelle, accoglie in ufficio un “vandalo” condannato ad espiare la sua colpa col servizio civile, fa da chaperon a vari eventi benefici organizzati di volta in volta per raccogliere sangue, protestare contro i vandalismi, aiutare bambini abbandonati…

Le comunità del Midwest che compongono la Grouse County sono un universo variopinto e del tutto immaginario, una sorta di luogo dello spirito che Tom Drury sceglie come habitat per la grandiosa comédie humaine che mette in scena. Se Gabriel García Márquez aveva costruito la scenografia e i dialoghi per gli abitanti della sua Macondo, Tom Drury sembra limitarsi a filmarne le azioni e proiettarle su carta. Ne La fine dei vandalismi la vita scorre placida e i protagonisti sono totalmente inconsapevoli dell’ironia e a tratti della carica grottesca delle proprie azioni. L’autore è talmente bravo che il suo tocco è quasi invisibile, la decine e decine di storie individuali e corali sembrano dipanarsi quasi da sé, da sole sembrano imbastire le trame estremamente semplici che compongono il dramma di ciascuna vita. Drury, autore americano trapiantato in Germania ‒ dove insegna all’Università di Lipsia ‒ siede a pieno titolo sugli scranni della grande Letteratura insieme a Steinbeck e Saroyan: alcuni suoi personaggi sembrano usciti da un testo di Woody Guthrie, altri da un episodio dei Monty Python. Nessuno si prende troppo sul serio nel leggiadro mondo di Grouse County, né lo sceriffo che vive in un trailer col tetto bucato né la fervente religiosa che porta Gesù a vivere a casa tua “già domani, se vuoi” né Mary Montrose, che occupa un seggio in comune che prima di lei è stato occupato da altre tre vedove, che è un’esperta di museruole canine, una madre delle più improbabili, grande bevitrice di cocktail, sempre pronta far imbarcare sua figlia in qualche nuova impresa. È una parata di personaggi che si inventano la vita ogni giorno e lo fanno con grande, immenso talento, senza mai scadere in luoghi comuni. Sono creature che si fa fatica a lasciarsi dietro e la cui perdita è lenita solo dalla promessa che l’editore NN pubblicherà l’intera trilogia dedicata dall’autore a Grouse County ed iniziata nientemeno che nel 1994.



 

 

 

 
 
 
 

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