La fine della profezia

La fine della profezia
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Non c’è pace nell’impero del D’Hara. Richard e Kalhan dopo essere stati catturati da Jit, la Donna della Siepe, sono stati colpiti da una malattia mortale e sono stati privati dei loro poteri. Nel frattempo l’imperatore Sulachan, morto tremila anni prima, è stato resuscitato da Hannis Arc, nuovo capo dell’impero. Il vecchio sovrano vuole portare a termine il suo progetto di unire il mondo dei morti a quello dei vivi, in un abbraccio mortifero che sottometta tutti gli esseri umani. Richard, l’ultimo esponente della dinastia regnante dei Rahl, è il principale obiettivo dei due signori che guidano l’esercito degli Shun-tuk o mezze persone, esseri spettrali che credono di poter ottenere un’anima nutrendosi della carne di uomini vivi. Nell’avanzare impetuoso di Sulachan e Hannis Arc, le città sono avvisate da un messaggero affinché si mostrino arrendevoli e compiacenti, e Sulachan con i suoi poteri occulti risveglia i morti e li aggrega alla sua oscura legione, guidata da personaggi temibili come la Mord-Sith Erika e l’abate Ludwig Dreier. I due percorsi sono paralleli e fra loro collegati. L’esercito del male procede per assoggettare tutto il D’Hara, Richard e Kalhan devono giungere in tempo a Saavedra per curare il morbo che li fiacca, fronteggiando pericoli, inganni, dubbi e attacchi nemici. Sarà allora che potranno concentrarsi su Sulachan, dato che secondo il Conto del Crepuscolo solo Richard in quanto fuer grissa ost drauka (portatore di morte) può porre fine alla profezia…

Dopo il successo ottenuto con la saga de La Spada della Verità, l’americano Terry Goodkind è arrivato al terzo capitolo del ciclo di Richard e Kalhan, dopo La macchina del Presagio e Il terzo regno. L’autore di Omaha ci getta nel vivo delle vicende con un inizio in medias res. Da lì in poi, La fine della profezia viene letto con avidità e crescente curiosità. D’altronde Goodkind, anche se non è certo J.R.R. Tolkien, è fra gli autori più apprezzati nel suo genere. Le descrizioni, che sono il sale del fantasy, specie se con scenari fiabeschi e creature fantastiche, a volte risultano eccessive e finiscono per rallentare il ritmo. Inoltre ci sono capitoli di stasi vera e propria in cui i personaggi discutono a lungo dei doni di cui sono dotati, e la cosa risulta noiosa. Fra le note di merito vanno citate le pagine dedicate alle tattiche militari, sviscerate in maniera molto accurata. Da apprezzare anche alcune considerazioni dell’autore su temi universali come il male e la morte, che egli lascia trasparire attraverso i dialoghi dei suoi personaggi. Nel mare magnum della narrativa fantasy c’è sempre il rischio di cadere nel ripetitivo e nel già scritto. Goodkind però si è ormai affermato come una delle voci meno banali del genere, e si distingue per una narrazione per immagini e molto cinematografica. La fine della profezia è un romanzo piacevole, forse adatto solo ai patiti del genere e non a chi è abituato ad altre letture e potrebbe anche risultare ostico per la mole imponente (oltre 500 pagine).



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