La fine delle buone maniere

La fine delle buone maniere
Milano, primi anni Duemila. Da un po’ di tempo, in coincidenza della fine di un legame sentimentale, Maria Galante ha smesso di lavorare come fotogiornalista - attività che l’ha portata a immortalare, in scatti di fulminante incisività, prostitute bambine thailandesi, transessuali indiani, malati terminali di AIDS, clandestini albanesi, operai della FIAT - ed è diventata una fotografa commerciale. Adesso Maria fotografa cibo per ricercate riviste di settore e non solo, sia italiane che inglesi. Un giorno, però, Pierre, il suo agente, la chiama proponendole un servizio per conto del settimanale Observer, in tandem con Imo Glass, un’esuberante giornalista britannica free-lance. L’oggetto del reportage sono le donne afgane che si oppongono al costume del matrimonio combinato e, perciò, tentano il suicidio non intravedendo altra possibilità di ribellione se non la morte. Dopo le prime titubanze (si è ormai abituata alla tranquillità del nuovo corso del suo lavoro), Maria intuisce che la proposta ricevuta può rappresentare, oltre che un’occasione per riprendere sintonia con il fotogiornalismo, un’opportunità per la sua vita, sebbene ignori ancora in quali termini. Così, pur piena di paure e insicurezze, la giovane fotografa milanese vola a Londra per il corso di sopravvivenza con i Defenders, gli ex marines britannici, condicio sine qua non per garantirsi la polizza assicurativa a spese dell'Observer. Dopo una settimana spesa in lezioni di pronto-soccorso, simulazione di eventi traumatici e gestione dello stress in posti di blocco ricostruiti, familiarizzando nel contempo con tutti i tipi di armi e il loro uso, Maria è pronta a unirsi a Imo alla volta dell’Afganistan. Ad attenderle a Kabul c’è Hanif Massoudi, giornalista a sua volta, nonché interprete e guida, che aiuterà le due donne a muoversi sia dentro che fuori la città fino alla visita a un villaggio nella parte più interna del paese, tra le montagne dell’Hindukush. È questo il villaggio di Zuleya, una ragazzina che, per non sposare un uomo molto più grande di età, ha cercato di uccidersi dandosi fuoco e che ora giace muta e inerte in un letto di ospedale lontano da casa. Al villaggio Maria e Imo, oltre a godere della melmastìa, la legge dell’ospitalità, ricevono dai capi, degli ex mujhaidin, il permesso di incontrare le donne, tra cui la mamma e la sorella di Zuleya. Le cose, però, non vanno come previsto, ma forse ciò che accade è ancora più importante rispetto a quanto previsto da copione giornalistico…
Più che un approccio intellettivo, quello con La fine delle buone maniere è un approccio sensoriale: subito se ne intuiscono gli odori e le fragranze, se ne sentono i rumori e le sonorità. Prima ancora di leggerlo, il romanzo si vede: si vedono i personaggi che lo popolano, gli ambienti, i paesaggi, e si vedono le foto di Maria, rivelatrici di verità altrimenti inesprimibili. Come lo srotolarsi di una pellicola cinematografica, tutto scorre, dunque, all’insegna di una poderosa visività resa possibile da una spiccata fluidità narrativa e da un grande senso dei tempi, che si concreta attraverso un mirabile equilibrio tra azione e introspezione. Decidendo di scompaginare il corso attuale della sua vita, Maria Galante mostra di avere, oltre che un notevole coraggio, un’ambizione particolare: l’ambizione di voler ristabilire un’armonia tra quel che è e quel che fa. Accanto ad una personalità come Imo - mai incastro di temperamenti opposti si rivela più appropriato! - in un paese che è un bailamme di divieti e deviazioni dove si muovono soldati, operatori umanitari, reporter di guerra, mercanti d’armi e mercenari, tutti straripanti rudezza e civilmente regrediti, Maria sente con rinnovata forza la necessità di preservare il proprio senso etico come parte di sé non negoziabile né umanamente né tanto meno professionalmente, ritrovando le motivazioni professionali delle origini. Francesca Marciano - sceneggiatrice, scrittrice, attrice, viaggiatrice (l’idea del libro prende forma alla fine del 2004, durante i sopralluoghi per il film inglese "The Wedding Party") - ci ha regalato un romanzo che, per pregnanza tematica, tensione civile, potenza dell’atmosfera che contiene e da cui non si prescinde, immediata raggiungibilità della parola che pure non perde mai di eleganza, giustezza di accenti e costante energia di tono, potrebbe benissimo considerarsi un classico letterario dei nostri tempi.

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