La finestra di Leopardi

A Torino, in Corso Casale, 205 a due passi dal Po, adesso si può trovare una banca e più in là un esotico ristorante giapponese. Chissà cosa ne avrebbe pensato lo scritto Emilio Salgari che lì si trovò ad abitare; lui, amante di mondi lontani, in grado di creare storie di marinai ambientate nei mar dei Sargassi o di corsari in lotta con i loro temibili nemici senza mai lasciare la piccola casa che divideva con la sua numerosa famiglia. Fortunato non lo fu mai, sempre in bilico tra i debiti e i contratti capestro con case editrici poco inclini a riconoscergli il dovuto. Solo la sua morte sembra mantenere un certo fascino orientale, legata all’antico rituale giapponese del seppuku con cui i samurai mettevano fine per motivi di onore alla loro esistenza. A cento e passa chilometri di distanza, nel Naviglio grande, ritrovo adesso di modaioli milanesi o turisti di passaggio, si aggiravano le liriche senza tempo di Alda Merini. Una delle voci più importanti della poesia italiana del Novecento aveva qui il suo quartier generale. Qui scoppiò il suo amore per Giorgio Manganelli, qui iniziava a dare segni evidenti di cedimento, qui ritornò dopo gli anni tragici del manicomio. La sua casa era piena zeppe di cose, come un’accumulatrice seriale, la Merini raccoglieva ogni oggetto di suo gradimento per poi trasformarlo in qualche modo in esperienza poetica. Il quartiere la ricorda sempre e con il passare del tempo ha iniziato a vantarsi orgogliosamente della sua inquilina più importante. Chi, invece, si pentì di avere messo in piedi quella casa sua Via Nomentana a Roma fu Pirandello, che quasi impazzì per seguire le vicende di costruzione e mantenimento di quel villino. A differenza di Curzio Malaparte, vanesio arredatore d’interni della sua villa a picco sui Faraglioni capresi, lo scrittore siciliano non dimostrò mai orgoglio per quella dimora romana, desiderando solo una modesta sepoltura nella sua Agrigento…

Chi non ha mai desiderato recarsi nella casa del suo scrittore preferito? Ci sono luoghi che non esistono più o quelli troppo difficili da raggiungere (pensiamo alle isole Samoa narrate e vissute da Stevenson). Mauro Novelli ci fa da cicerone nelle abitazioni private in cui è nata buona parte della storia della letteratura italiana. Stanze, letti, armadi che hanno visto passare le gesta di tanti personaggi con cui bene o male siamo cresciuti tutti quanti. La sua curiosità parte da Pennabilli, la cittadina in provincia di Rimini in cui si sente la presenza del suo abitante più importante, Tonino Guerra. Da quell’incontro con lo sceneggiatore e poeta romagnolo nasce l’idea di raccontare, senza alcun tipo di voyerismo o strano feticismo – come ammette lui stesso nell’introduzione – le case in cui hanno vissuto gli scrittori italiani. L’elenco è numeroso: si va da Fenoglio a Marinetti, da Pasolini a Carducci, da Ariosto a Carlo Levi. Il viaggio attraversa tutto lo stivale, isole comprese. I luoghi sembrano aver assorbito il carattere e l’essenza stessa di chi li abitava, rimanendo a testimonianza tangibile per le future generazioni del passaggio del loro illustre inquilino. Molti di queste abitazioni sono al centro delle più classiche gite scolastiche organizzate durante il normale corso di studi di un italiano medio; in quanti, ad esempio, sono stati accompagnati a Recanati dal proprio insegnante di italiano quando alle medie si studiavano le rime scritte dal Leopardi? O sul lago di Garda alla ricerca dell’eccentricità e del narcisismo del D’Annunzio?

 


 

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