La foresta dei mille demonii

È una bella mattina, in un villaggio africano al limitare di una fitta foresta. Un’alba chiara e senza foschia, con un allegro venticello che scompiglia le foglie degli alberi. Un uomo si siede sulla sua poltrone preferita per godersi il freschetto, ma poco dopo dalla vegetazione spunta un vecchio. L’uomo lo saluta amichevolmente, lo invita a sedersi accanto a lui. Conversano piacevolmente per qualche minuto, finché il vecchio non fa un profondo sospiro, “di uomo turbato da un grave pensiero”. E poi esorta l’uomo a prendere carta e penna, perché ha deciso di raccontargli la sua incredibile storia, ha paura di morire e che la sua storia muoia con lui: “Ma se la trasmetto a te e tu ne prendi nota con diligenza, una volta giunto il giorno in cui mi toccherà andare incontro al Creatore, il mondo non mi scorderà”. Il vecchio afferma di chiamarsi Akara-Ogun, che significa Insieme di Magie, e di essere stato un formidabile cacciatore, figlio di uno stregone. Suo padre aveva “mille piccole zucche per la polvere, seicento amuleti, duecentosessanta spiriti maligni catturati e innumerevoli uccelli per la divinazione”. Ma soprattutto il padre di Akara-Ogun aveva quattro mogli e nove figli. I problemi per la famiglia erano nati il giorno in cui due di queste mogli, avendo litigato, avevano chiesto al marito di dirimere la questione. Lui era stato tanto ingenuo da dare ragione a una moglie e torto all’altra, scatenando la furia cieca di quest’ultima. La vendetta della donna, che era la madre di Akara-Ogun, era stata terribile: prima della fine dell’anno otto dei nove figli erano morti (era rimasto vivo solo lui) e così anche tre mogli. Qualche tempo dopo il padre, durante una battuta di caccia, si era imbattuto in un ghommid, una creatura inumana della foresta, che affermava di doverlo uccidere per vendicare l’eccidio familiare. Lo stregone era riuscito a convincere il ghommid armato di spada che non era lui il colpevole, bensì sua moglie: ma il mostro in cambio lo aveva incaricato di uccidere la donna la sera stessa. Tornando a casa, il padre di Akara-Ogun aveva visto una antilope brucare il suo campo di okro. L’aveva uccisa a fucilate per scoprire poi con orrore che il corpo era da antilope, ma la testa apparteneva a sua moglie. Un mese dopo anche lo stregone era morto, e Akara-Ogun si era trovato orfano, solo al mondo…

Nel 1939, per partecipare ad un concorso letterario indetto dal Ministero dell’Istruzione, il nigeriano Daniel Olorunfẹmi Fagunwa scrisse il primo romanzo della storia in lingua yoruba e uno dei primi romanzi africani in generale, Ògbójú Ọdẹ nínú Igbó Irúnmalẹ̀ (letteralmente Un cacciatore coraggioso nella foresta dei quattrocento demoni). Un’avventura picaresca e “fantasy” che pescava a piene mani dal folklore locale, ambientata in un’Africa rurale e superstiziosa nella quale uomini, animali selvaggi e creature soprannaturali vivono a stretto contatto. Risale al 1968 l’adattamento e traduzione in inglese del romanzo di Fagunwa da parte di Wole Soyinka, che così lo ha diffuso nel mondo. L’operazione – oltre che letteraria, militante e identitaria – è una tappa essenziale della formazione culturale di Soyinka, che in questo modo rivendica il suo background: nato nel villaggio di Abeokuta, nella regione yoruba della Nigeria meridionale, è cresciuto in un luogo in cui convivevano due mondi contrastanti, quello della foresta – con le sue leggende, le sue magie e le sue tradizioni orali – e quello della missione cristiana, ambasciatrice della lingua e della cultura occidentali. Una dualità presente già in Fagunwa: una delle mostruose creature che il cacciatore Akara-Ogun incontra nella foresta, per dirne una, afferma di essere un angelo caduto, scaraventato da Dio all’Inferno a causa della sua indole ribelle. “La sua fede assoluta nella molteplicità di esistenze all’interno del nostro mondo costituisce tanto un motivo di ispirazione di buona parte della narrativa in lingua yoruba, quanto un bisogno profondamente avvertito di giustificare il modo di agire di Dio nei confronti dell’uomo”, scrive nella prefazione lo stesso Soyinka. E la bizzarra contaminazione tra cultura africana arcaica e immaginario cristiano costituisce uno dei tratti più interessanti de La foresta dei mille demonii, la cui lettura è a tratti divertente, a tratti ripetitiva ma sempre affascinante.



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