La fortezza della solitudine

Siamo a Dean Street, nella zona di Gowanus, nel cuore di Brooklyn, negli anni ’70. Gli Edbus sono tra le pochissime famiglie bianche della strada, e sono dei perfetti hippie newyorchesi: Dylan (che si chiama così per via di Bob Dylan, ovvio) ha 6 anni e porta i capelli “lunghi come una femmina”, la madre Rachel lavora mezza giornata alla Motorizzazione e passa il resto del tempo a fumare e ascoltare musica, il padre Abraham è un artista squattrinato che dopo aver tappezzato la casa di nudi della moglie ora sta lavorando a un cartoon sperimentale dipinto direttamente sulla pellicola fotogramma per fotogramma. Dylan cresce tra i bambini del vicinato, in strada, tra giochi crudeli e musica funk. Quel mosaico di facciate scrostate, di marciapiedi sconnessi e auto parcheggiate è il loro intero universo. Per quel che ne sa lui, “nessun bambino è mai andato a casa di qualcun altro. Tra loro non parlano neppure dei genitori”…
“La mia infanzia è l’unica parte della mia vita che non è sovrastata dalla mia infanzia”, afferma a un certo punto il protagonista di questo romanzo di formazione almeno parzialmente autobiografico. E lo stesso vale per La fortezza della solitudine (il titolo è una citazione fumettistica, si tratta del buen retiro nell’Artico in cui Superman si isola dall’umanità per assaporare la sua unicità di alieno e semidio), che è soprattuto un coloratissimo affresco sociale. La periferia, la musica, l’amicizia, il sesso, le tensioni razziali. Tutto lineare, se non fosse che Lethem - che evidentemente senza un po’ di fantastico non sa stare – ad un certo punto butta sul tavolo un anello magico che spiazza un po’ il lettore e regala al plot un po’ di fascino e di pepe in più. O in meno, a seconda dei gusti.

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