La frontiera

«Franco Vegliani era autore di un romanzo ricco di malinconia e di asciutta poesia, La frontiera (1964), uno dei libri più belli della letteratura triestina del dopoguerra, ma non era una figura ufficiale di quest’ultima», scriveva Claudio Magris sul «Corriere della Sera» nel 1982. Vegliani, cresciuto tra Trieste, Volosca, Veglia e Fiume, già segretario di Curzio Malaparte, nel dopoguerra visse a Milano, lavorando come giornalista. Laterale, quindi, ma tutt’altro che estraneo alla letteratura di frontiera della Mitteleuropa; questo La frontiera va ascritto a pieno titolo tra i migliori esiti del secondo Novecento triestino – per ragioni tematiche, stilistiche, documentaristiche, e infine per la sua elegiaca essenza. Uno degli argomenti-cardine, e non potrebbe essere altrimenti, è la relazione tra la fedeltà dei cittadini di lingua italiana all’Impero Austro-Ungarico, oggi smembrato in quattordici diverse nazioni, erede ultimo del Sacro Romano Impero, e la nascita delle nuove nazioni, tra le quali, appunto, l’Italia. Il libro di Vegliani (cognome italianizzato in omaggio alla città di Veglia: la sua famiglia si chiamava, sembra, Sincovich) racconta due storie. Una è ambientata nel 1941: è la vicenda (autobiografica, confrontando le fonti su Vegliani) di un ufficiale di complemento in licenza nella “patria remota” della famiglia, un’isola dalmata; si ritrova in uno dei suoi paesaggi del cuore, è fascista e fiducioso nella vittoria di quella guerra che sente chiamare popolare e rivoluzionaria, trova legittimo che gli italiani siano tornati a popolare la Dalmazia dopo l’esodo del 1918, quando quella terra era stata assegnata al nuovo Stato Jugoslavo. Non capisce perché i suoi camerati italiani mostrino così poco interesse, e così scarsa comprensione dell’importanza di quella riconquista. L’ufficiale, nei giorni di quella licenza, in attesa d’essere assegnato a un nuovo fronte, stringe forte amicizia con un lontano parente, Simeone: ex amministratore della dogana per gli Asburgo, poi per la Jugoslavia, infine per l’Italia. Assieme, conversano della storia della loro terra, degli accadimenti recenti, d’una somiglianza che Simeone vede tra il giovane ufficiale, entusiasta e idealista, e il fu Emidio Orlich, ufficiale dell’esercito austriaco nella Prima Guerra Mondiale. Quella di Emidio è la seconda storia raccontata. Dalmata di lingua italiana e cognome croato, caduto al fronte ufficialmente con valore, “tapfer kämpfend für das Vaterland gefallen” (p. 20), nei Carpazi. Simeone conserva, in una scatoletta di legno, le sue reliquie: foto in uniforme, quaderni, lettere mai spedite; tracce per capire la vera storia della sua fine...

Vegliani tiene i fili di entrambe le storie, stabilendo parallelismi interessanti e convergenze ideali e spirituali; Emidio è dalmata e in casa la sua famiglia parla in italiano, e in italiano scrive: tuttavia, è fedelissimo agli Asburgo e nel culto dell’Impero è stato educato. Non riesce nemmeno a immaginarsi questi italiani del nuovo Stato, sa che non andrà a combatterli sul fronte del Carso: quelli come lui vengono mandati altrove, magari nei Carpazi. È poliglotta per convinzione e per necessità; è composto di contrasti. Parte per il suo reggimento, in Stiria, accorgendosi ben presto che la sua lealtà all’Impero è guardata con sospetto per la sua origine dalmata: pensando a certi dialoghi con i commilitoni, capisce che sulla Dalmazia “(…) potevano avere forse qualche ricordo in comune: una giornata di bagni e il nome di una rada o di uno scoglio, ma di valore e significato così diversi, di così diversa intensità spirituale, da renderli più presto e più facilmente nemici che amici” (p. 34). D’altra parte gli austriaci credevano che almeno la buona borghesia italiana scrivesse in austriaco, nella corrispondenza privata: non in italiano (p. 40). Emidio, dal cognome croato, la lingua e cultura italiana e la fedeltà all’Austria, è scosso dalla diffidenza che percepisce; si ritrova ospite da una famiglia di austriache slovene, coi mariti al fronte: ha una relazione con una di loro, vedova di guerra, sin quando non parte per la guerra. È buono con i suoi soldati, istriani italiani e sloveni; è scosso dalla vicenda d’uno sloveno, laureato in Lettere a Trieste, che si ritrova impiccato per alto tradimento: voleva andare oltre le linee nemiche, per consegnarsi ai Russi e andare a sparare agli austriaci, assieme agli italiani e ai suoi connazionali. Emidio, poco a poco, vede sgretolarsi la realtà e la verità della storia della sua terra; sembra capire che dopo secoli l’Impero sta per venire distrutto, e così i suoi obblighi di fedeltà all’Imperatore. Istintivamente, finisce a morire come un suicida, consegnandosi alle linee sbagliate: pensava fossero russe, erano bosniache e imperiali. D’un tratto, dopo la morte del suo soldato sloveno, sembra aver capito che ciò in cui credeva, l’Impero che confederava con tolleranza e giustizia le nazioni, lasciandole libere d’avere la propria lingua e la propria religione, è caduto. E una delle sue tre anime, così, è morta: è morta quella della giustizia, dell’ordine, della lealtà, dell’ideale; viva è rimasta quella giovanissima, povera e disordinata del Regno d’Italia. Per andarle incontro, perde tutto. Il nostro ufficiale, che intanto indaga sulle sorti di questo suo alter ego di vent’anni prima o poco più, ha un filarino con Gabriella, fascista convinta, di passaggio nell’isola. Passano dal “voi” al “tu romano”, discutono della guerra del “sangue contro oro” propugnata da Mussolini, della propaganda che la vuole popolare e rivoluzionaria, a differenza della prima. Quando parte Gabriella, i suoi dubbi aumentano, e non solo per via di quanto avviene in Libia e in Grecia; capisce che in certe terre è sangue contro sangue, e non sangue contro oro. Infine è felice d’essere spedito in Africa, a sparare agli inglesi. È una guerra “vera”, non spara ai poveri e non spara ai suoi fratelli. Ricorda, in questa distinzione, quel che leggiamo a proposito della scelta dei Repubblichini della X Mas, che non volevano arruolarsi per combattere i partigiani: sognavano la guerra contro gli Alleati, in mare aperto. Cfr. Pansa, “I figli dell’Aquila”. Simeone è la guida del nostro ufficiale. È vecchio: ha avuto “tre padroni” in vita, come s’accennava, restando sempre amministratore apprezzato, sotto l’austriaco, lo jugoslavo, l’italiano. Come un Gattopardo, dice “tutto cambia”, canzoni, uniformi, bandiere, ma in fondo “niente muta”: la Finanza rimane al suo posto, ossia lui rimane quel che è. Un burocrate fedele a chi comanda. Naturalmente – il suo tenace ricordo per Emidio Orlich e per quel tempo sembra confermarlo – la prima nostalgia è per quel grande Impero che s’è sgretolato; sente “lontananza”, quello è anche il nome della sua barca, per l’ordine, lo stile, la qualità della vita, la libertà che c’era allora. Vede i giovani entusiasti come vittime. Emidio vale l’ufficiale. Sempre dalmati rimangono, si battono per diverse bandiere, massacrati prima di tutto dai contrasti e dalle incertezze su quel che è giusto, e quel che può essere sbagliato. È la tragedia della frontiera, dei popoli giuliani, istriani, dalmati: italiani assieme a sloveni e croati sin quando è esistito un Impero secolare, quindi cittadini costretti a esodi, rappresaglie, guerre per patrie sempre nuove, e mai più simili alla prima. Vegliani, con uno stile asciutto, capace di sondare gli abissi della psiche dei suoi personaggi, ci racconta d’un popolo, quello italiano dalmata, che oggi sostanzialmente non esiste più. Non era – ciò è evidente – solo il popolo dell’italiana Zara. Con quel popolo sono sparite culture, storie e una lingua (qui per approfondire, la vicenda del “dalmatico”), rimangono oggi dialetti veneti. Racconta d’un popolo che ha servito la storia cambiando a un tratto bandiere e uniformi, credendo sempre nella patria. L’unica che aveva era la sua terra, a ben guardare; e chi tollerava la sua pluralità, e la sua unicità. L’Austria. Romanzo importante. Aiuta a decifrare e capire il dolore, la nostalgia, la perdita della patria, la ricerca d’una bandiera e d’un senso che non sia diverso dal mare.



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