La fuga di Benjamin Lerner

La fuga di Benjamin Lerner

Varsavia, Prima guerra mondiale, estate, in una qualche data tra il 1914 e il 1917. Benjamin Lerner è disperato, il panno del pastrano militare è urticante, ha la schiena gravata da uno zaino foderato di pelliccia ‒ frutto di una spoliazione – il fucile a bandoliera lo strozza, il collo dell’uniforme è strettissimo. È ansante, rischia una punizione o peggio se si presenterà in caserma in ritardo, ma tutto sembra congiurare contro di lui. Le strade sono incredibilmente affollate, i mezzi a trazione animale si contendono le carreggiate con moderni mezzi a motore, il ponte di accesso alla città è completamente ingombro di compagnie di soldati che vanno verso il fronte, l’ottusità di un poliziotto gli vieta di usare il marciapiede parchè è armato. La consapevolezza dell’irrazionalità e insensatezza della sua vita si fa strada dentro di lui in maniera prepotente, fino a convincerlo a varcare a ritroso il cancello della caserma che aveva tanto faticosamente raggiunto quasi in perfetto orario. Trova rifugio da suo zio, che lo ha accolto sin dalla morte dei suoi genitori. Reb Baruch Joseph è altrettanto convinto della propria genialità quanto dell’altrui stupidità. Un aspirante grand’uomo a cui un fato costantemente avverso ha impedito di rifulgere come avrebbe voluto. Un grande possidente terriero ridotto in misera dalle sue idee strampalate e sbeffeggiato e abbandonato dai suoi contadini prima ancora che i cosacchi in avanzata ne occupassero le terre costringendolo a cercare rifugio a Varsavia insieme a Toybele, la sua moglie piagnucolona, e a Gitta la dolce figliola teneramente innamorata del cugino fin dall’infanzia, ma strumento designato delle mire di riscatto paterne, che ne vogliono fare la moglie di un vedovo speculatore di guerra. Fuggiranno Gitta e Benjiamin, lui dall’irrazionalismo, lei dalle retrograde idee familiari, insieme verso l’utopia…

Benjiamin Lerner è un personaggio complesso, che subisce una considerevole evoluzione sotto gli occhi del lettore: è sin dall’inizio poco religioso, portato a speculazioni critiche in ordine all’inutilità dei sacrifici umani al fronte, vagamente attratto dal socialismo, ma man mano che l’avventura della sua vita scorre in parallelo con grandiosi eventi storici a cui partecipa in prima persona, dalla rivolta degli schiavi del Ponte di Praga, all’assalto al Palazzo d’Inverno, passando per un tentativo utopistico di costituire una Comune ‒ insieme a un miliardario ebreo socialista ‒ e per la galera, la sua personalità si fa più definita, si arricchisce di spigoli e sfaccettature. Lerner, grazie alla sua capacità di stupirsi dell’irrazionale risulta un perfetto mediatore sia tra forze opposte come gli operai e la dirigenza tedesca della fabbrica in cui lavora, sia quando il conflitto è tra la sua tiepida fede e i principi di egualitarismo socialisti. Israel Joshua Singer crea una serie di figure che sono quasi i progenitori dell’ebreo borghese la cui ascesa è impietosamente ricostruita nel suo I fratelli Ashkenazi e anche dei Moskat, il cui declino di ricchi borghesi fu immortalato da suo fratello minore e Premio Nobel, Isaac Bashevis. I comprimari di Bejiamin Lerner mantengono intatte le illusioni,un’innocenza di fondo e un’aderenza né fanatica né negligente ai valori del popolo errante. In una Varsavia che sembra incontaminata dalla guerra, sfuggono all’irrazionalismo rifugiandosi ciascuno nella propria marca di idealismo. I battibecchi tra personaggi ripropongono con sagacia le dinamiche intergenerazionali tipiche di culture fortemente tradizionaliste a confronto con bruschi cambiamenti. La sconfitta dei tedeschi è stato l’inizio della fine per gli ebrei europei orientali, che, da alleati dei tedeschi finiranno in poco tempo per essere cacciati dai loro shtetl. Nella diaspora perderanno molti dei loro principi e gran parte della loro storia comunitaria, barattandoli con l’omologazione prima ancora che le ultime vestigia vengano calpestate dagli scarponi chiodati dei nazisti e dei sovietici.



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