La futura classe dirigente

La futura classe dirigente
Michele Botta ha ventisei anni, un lavoro semiprecario in tv come sviluppatore di format televisivi per il grande pubblico, una storia d’amore in fase di naufragio, una famiglia con la quale non riesce a comunicare e che lo ammorba al telefono come un male incurabile, un gatto spelacchioso che ormai attende solo la fine dei suoi giorni, uno zio strampalato che sogna una vita diversa da quella anonima che ha sempre respirato, il migliore amico trasferitosi in Giappone per sfuggire a una realtà insostenibile che si innamora a sorpresa di un’americana con cui pensava di poter condividere il letto al massimo per qualche notte prima di non poterne più. Convinto di avere ottime capacità e talento creativo, Michele è costretto a scontrarsi con una routine che prima di facilitargli il cammino fa in tempo a collassare su stessa. È intrappolato nelle maglie di una città, Roma, rabbiosa e comprimente, con poche vie di fuga, con ancora meno umanità. Non c’è niente che sembri andare nel verso giusto, eppure a lui non pare di fare niente di sbagliato: si fa un mazzo tanto, come si suol dire, e intavola (la maggior parte delle volte con se stesso) grandi ragionamenti e profonde riflessioni sulla sua condizione e su quella che gli ruota intorno, dimostrando a più riprese di essere tutto tranne che privo di risorse e potenzialità. Quale è il tassello al posto sbagliato? Perché è sempre aggressivo e intrattabile? Come ha potuto mandare a monte l’unica cosa bella e sensata che avesse mai costruito nella vita, la relazione sentimentale con Francesca? Cosa non va nel suo lavoro e perché si trova coinvolto in una sorta di docufiction su un presunto padre della pornografia di cui non si sa praticamente niente? Come si fa a diventare adulti in questo mondo senza farsi schiacciare?
Peppe Fiore, classe 1981, vive a Roma ma è originario di Napoli (proprio come Michele), ha scritto fondamentalmente di se stesso, come in un’autobiografia, solo che il risultato è molto diverso da quello che siamo abituati a masticare. Già ne L’attesa di un figlio nella vita di un giovane padre, oggi (Coniglio) e in Cagnanza e Padronanza (Gaffi) aveva scandagliato con spirito acuto e tragicomico tutte le sfumature dei rapporti amorosi, dei legami folli e malsani con il nucleo di origine e con le giornate trascorse nel tentativo di conquistarsi un posto di lavoro decente, che faccia dormire la notte, che non diventi un incubo a occhi aperti, del rapporto conflittuale che abbiamo con noi stessi e della difficoltà di rapportarsi serenamente con l’esterno, di entrare in sintonia con gli altri. Ne La futura classe dirigente fa la stessa cosa, solo che ci costruisce intorno una storia di quattrocento pagine, dove sono i personaggi a fare da padroni in tutte le loro armoniche contraddizioni, nei loro momenti di gloria e di discesa nel baratro. Peppe non ha paura di annoiare, non si domanda che cosa vorrebbe leggere il lettore, non lo angustia il fatto che qualcuno potrebbe restare intrappolato nel suo vortice di parole e in una narrazione serrata, densissima di particolari, dove il dettaglio è fondamentale per dare un senso al tutto, quasi a dire: se ti piaccio, succede subito, altrimenti lascia perdere. E non è, come si potrebbe pensare in un primo momento, un romanzo sul precariato. Fiore ci tiene a precisare che di questo tema si è già parlato tanto, al punto di farlo diventare uno stereotipo… il suo intento va oltre: raccontare la sua storia a tu per tu con l’età adulta, con questo delicato passaggio che ci vede salutare la famiglia salvo portarsi appresso tutte le nevrosi sviluppate in anni e anni di convivenza. Un romanzo avvolgente, che fa ridere, piangere, stupire, incazzare, annuire come se Michele Botta fosse un po’ ognuno di noi. Imperdibile, e si assapora meglio a piccole dosi, come un ottimo vino d’annata.

Leggi l'intervista a Peppe Fiore

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