La generosità della sirena

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Una cena tra amici, qualcosa di molto buono sotto ai denti, peccato andarsene subito dopo aver mangiato. Sua moglie Elaine ha cucinato talmente bene che c’è chi spererebbe di ricominciare dall’inizio. I commensali sono tutti amici di lei, nessuno invece che venga dall’agenzia pubblicitaria dove lui lavora. Attorno al tavolo, ciascuno descrive il rumore più forte che abbia mai sentito: i battiti del cuore durante un infarto, la voce della moglie quando ha chiesto il divorzio, il pianto del nipote tra le braccia della figlia sedicenne. Chris Case, invece, inverte la marcia e dice che la cosa più silenziosa che abbia mai sentito è la bomba che gli ha portato via la gamba a Kabul. Fine della conversazione. La vita è anche così. Ci si sente soli anche tra la gente, anche quando si è una persona di successo. E ora che è più la vita vissuta che quella da vivere, ora che ha abbandonato New York per San Diego, si rende conto che non è molto quello che ricorda del suo passato e che, anzi, vorrebbe dimenticarne ancora di più… Salti in macchina, corri via senza neanche sapere verso dove, ti schianti contro un palo della luce e quando riprendi conoscenza sei in prigione. Lì, a quanto pare, il soprannome che ti hanno affibbiato è Dink, anche se non sai perché. Il tuo compagno di cella, invece, è Bob lo strangolatore. Con BD, un ragazzo arrivato prima di Natale e Dundun, diventate come i tre moschettieri e spartite tra voi la droga spalmata sul giornale che il fratello di BD ha portato in cella. È la vigilia e siete strafatti. Bob lo strangolatore vi prende alla sprovvista. Ha un messaggio di Dio per voi. Vi dice: prima o poi, voi tre, commetterete un omicidio. BD, quindici anni dopo, s’impiccherà in una cella della Florida e, così facendo, di fatto avrà commesso un omicidio, facendo avverare parzialmente la profezia di Bob, almeno fino a quando non toccherà a noi…

L’estrema solitudine di un ricco pubblicitario di successo, quella silenziosa di un alcolista in cerca di riabilitazione che scrive lettere a tutti quelli che conosce per non perdere – sostiene – i fili attaccati agli ami che sono conficcati nel suo cuore; la schizzata solitudine del carcerato mescolata alla droga e alle profezie di un galeotto; la solitudine glaciale di uno scrittore che vive ai bordi del mondo, visitato dai fantasmi di suo fratello e della cognata e, a proposito di fantasmi, quello di Elvis Presley, il re del rock. Assieme a Elvis, la solitudine del professore universitario che insegue, e viene inseguito, dalla strana storia che racconta del gemello nato morto di Elvis, forse non così morto, forse messo sullo scranno di suo fratello proprio dal perfido manager, che nel mentre potrebbe aver fatto assassinare il vero cantante mentre era sotto le armi. Un bel mucchio di solitudini, non c’è che dire, dentro questi cinque racconti completati da Denis Johnson poco prima di morire. Solitudini e vite che schizzano via e sfuggono dalle mani come pesci, come code di sirene, come leggende fantasmi. In questi racconti non c’è un inizio e non c’è nemmeno una fine, così come deve essere per una solitudine che si rispetti. Viene a mancare la memoria, quando si è soli. Forse per sovraccarico di dettagli o, al contrario, per la loro totale mancanza. E, magia della narrativa, tante solitudini messe assieme riescono a farsi compagnia e a trovare un equilibrio, seppure ciascuna di esse non abbandoni mai la propria drammaticità e il proprio assordante silenzio. Denis Johnson sembra quasi riprendere in mano il filo narrativo di Jesus’ son, raccolta ritradotta per Einaudi nel 2018, e ripartire da dove si era interrotto. Ritroviamo infatti il personaggio di Dundun, così come l’Io narrante non pare essere invecchiato, come un fantasma che indossa di volta in volta un corpo nuovo dopo averne appena abbandonato uno. Di fatto, leggendo, immergiamo le mani in un crogiolo che raccoglie tutto ciò che fonde e si mescola e sbava e gocciola. Leggiamo e ci scottiamo le mani. Ci scottiamo le mani e apprezziamo il dolore.

 


 

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