La gente per bene

Altamura. Profondo sud. In casa di Francesco sono in sei. C’e lui, i suoi fratelli Luigi e Bartolo e poi sua sorella Anna, l’unica sposata, che però non vive più con loro. Quattro figli. Già, i suoi genitori hanno voluto esagerare. Il motivo? Cercare a tutti i costi la figlia femmina. Lui è stato il primo e la sua precoce venuta al mondo è stata in fretta e furia tamponata con un matrimonio riparatore. Ma d’altronde suo padre ‒ tipo scapestrato con pochissima voglia di lavorare ma con un ciuffo alla Little Tony che faceva impazzire tutte le femmine del paese ‒ ci aveva messo poco a incastrare anche sua madre, la quale ci aveva messo ancor meno a sua volta a pentirsi amaramente di aver sposato quella “capa gloriosa” , senza arte né parte, capace solo di vivere alla giornata relegando tutta la famiglia in una topaia lercia e invasa dagli scarafaggi. Ma tant’è, erano anni in cui alle minacce delle mogli raramente facevano seguito i fatti e dove il più delle volte quelle litigate ‒ fatte rigorosamente a bassa voce per non far sentire ai vicini la vergogna di una famiglia allo sbando ‒ finivano sempre spegnendo la luce e andando a dormire. Tutto questo finché grazie alla raccomandazione di un portaborse di un politico e la patente di indigenti che avevano oramai appiccicata addosso, non riuscirono quanto meno ad ottenere un alloggio popolare. E a scuola per Francesco le cose non andavano certamente meglio. Finite le medie infatti si poneva l’annosa questione di quale indirizzo di studi scegliere, di cosa e sopratutto chi avrebbe voluto realmente diventare da grande. Il suo unico desiderio era da sempre stato quello di disegnare, diventare magari un grande fumettista ma i sogni in quel contesto, in quegli anni, in quella provincia, erano ben diversi dalla realtà con la quale prima o poi si sarebbe trovato a fare i conti anche lui…

Dopo la riedizione del suo primo romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica (riveduto e corretto in una versione 2.0 a quattordici anni di distanza), nel quale Francesco Dezio metteva sotto la lente d’ingrandimento il mondo del lavoro e le sue disumane risorse, qui lo scrittore altamurano attraverso un viaggio lungo cinquant’anni ci mostra la genesi di quel disumanesimo, grazie alle gesta verrebbe da dire quasi eroiche ‒ se non fosse che parliamo di quella che dovrebbe essere la normalità, la base fondante di ogni dignità umana ‒, di Francesco e della sua estenuante e per certi versi persino commovente rincorsa alla sua realizzazione professionale e non. Una lotta impari, combattuta a mani nude contro un nemico indistruttibile, a cui ci si può alla lunga solo arrendere. Una storia d’Italia raccapricciante nella quale l’arrivismo, la sete di potere, l’arricchimento sfrenato, le diseguaglianze sociali hanno radici profonde e ataviche nel tessuto connettivo stesso della nostra storia, partendo dal fascismo, passando per il boom economico fino allo scempio delle politiche economiche e sociali degli anni a seguire in un rincorrersi di nefandezze a cui si stenta quasi a credere. In questa babele di arraffoni, voltagabbana, “cozzali” arricchiti il povero Francesco, minuscolo ingranaggio in un sistema che non ammette domande, intrusioni, cervelli pensanti, prova a trovare il proprio posto nel mondo (non solo del lavoro) finendo triturato da logiche inconcepibili e sopraffattorie, per le quali la ragione ce l’ha solo chi muove i fili e chi non si piega a diventare burattino è irrimediabilmente tagliato fuori. Un pugno nello stomaco, questo romanzo, ma temo solo per chi come Francesco la barbarie di certe storture già la conosce bene. Viceversa la storia scivolerà tranquillamente addosso proprio alla gente “per bene” a cui il romanzo, più che dedicarlo, verrebbe volentieri voglia di sbatterlo in faccia. O quantomeno ricordare, come lo stesso Dezio fa nell’ ouverture per bocca di Kurt Cobain: “You can’t fire me because I quit”.



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