La gioia di uccidere

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Una ragazza sul treno, gonna blu pieghettata maglione scuro, bionda occhi esotici, in viaggio notturno verso Chicago. La casa sul lago delle vacanze di famiglia, le sfuriate della madre, le partite a golf del sabato mattina per il padre reduce di guerra. Una stanza squallida, l’amico David seduto con un particolare sorrisetto sulle labbra, accanto a lui il poco raccomandabile Willie. Il lago, la canoa, un giorno senza nuvole e poi la tempesta improvvisa, lui e Joseph, il corpo di Joseph ritrovato di sera, il cadavere nell’acqua. David al suo matrimonio, David sorpreso con sua moglie nella stanza da letto una sera di festa. Ancora, la ragazza del treno, l’incontro, il contatto e l’esplorazione, il corpo e il sesso lungo una notte, tra i sedili e in bagno. E poi la cicatrice di Willie, il sorriso di David, i due detective-fedora, lo sguardo della madre, le due mogli, lo zippo del padre con il simbolo dei Marines. Ora, stanza nella baita sul lago: rifugio. L’ex-professore di filosofia della violenza è seduto a ticchettare sulla sua Underwood, a fare chiarezza sulle vicende della sua vita tramite il filo rosso di quella notte in treno. E le immagini arrivano, si contendono il fuoco, si accavallano, confondono…

“Filosofia della violenza, teoria dei moventi umani”: un professore lontano dalle aule, dalle librerie, dal romanzo e dalla gente riannoda il suo passato visivo, la sua trama d’immagini, riflettendo sulla natura umana di certe azioni, sulla rabbia, sull’omicidio e la moralità moralizzante. Potente, prepotente nei suoi occhi vuole comporsi il quadro di quella notte di quando aveva quindici anni, e della ragazza sul treno, di ciò che successe, e di ciò che il racconto porta. Harry Maclean, ne La gioia di uccidere gioca sui tasselli delle immagini, utilizzando il clichè del professore-scrittore in baita sul lago, con suggestione di luoghi e suoni ed evocazioni a penetrare l’intrico delle vicissitudini, a ricomporre l’uomo e il suo passato per liberarsi nella chiarezza che può salvarlo. Il puzzle di immagini è nervoso, sferragliante come il clic-clac ricorrente del treno. Treno d’immagini che coprono inciampi di narrazione e di narrato, confusione di ricomposizioni che dovrebbero essere tenute insieme dal racconto salvifico di una notte e la teoria sull’umana violenza fuori di morale (e il provocatorio romanzo d’un professore su un professore assassino), ma che si ripetono, si ingarbugliano e alla fine scappano via velocemente, in esigenze di finale a effetto.



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