La giraffa in sala d’attesa

La giraffa in sala d’attesa

“Camp city” è il primo posto che Valentina ricorda, èche è cresciuta ed èche ha anche imparato a conoscere, indirettamente, dai continui richiami della madre, la Bosnia dalla quale è fuggita con i suoi genitori poco prima dell’inizio dell’atroce conflitto che spazzerà via la Jugoslavia dando vita alla galassia balcanica. Fuggono e trovano riparo nel vicino Friuli Venezia Giulia, a Udine: Valentina conosce le fatiche, il lavoro, gli stenti, le discriminazioni, ma anche l’amicizia, l’amore, la vita, insomma. Dopo Udine, Valentina si trasferisce a Bologna, frequenta l’università, si imbatte in Stefano, sempre accompagnata dall’oscuro presagio di dover andare ancora oltre, lontano anche dall’Italia, verso posti apparentemente più accoglienti - così sembrano nei racconti di altri esuli come lei -, apparentemente più pronti a offrirle altre e nuove opportunità. Nella sua vita, alla normale routine della ragazza che diventa donna si affianca il dilemma delle proprie tradizioni: gli scontri con la sua famiglia riguardano l’intero alfabeto di sentimenti e la cultura bosgnacca che sua madre vede perdersi nella vita della figlia, ormai assorbita dalle parole, dai gesti, dalle abitudini dei nuovi posti. Valentina può contare su un alleato, il padre, che comprende questo disagio e quasi invoglia la ragazza a costruirsi la sua nuova dimensione, una nuova grammatica delle tradizioni. Ma il vero nemico da sconfiggere è il quesito irrisolto su quello che sarebbe potuto essere di lei in Bosnia e quello che sta diventando nel suo nuovo lungo peregrinare…

Božidar Stanišić non scrive un romanzo, ma tratteggia dei quadri dove tutto ha un senso ed un significato ulteriore, tutto è linguaggio ed allegoria che si trasforma in realtà, come l’immagine, anche un po’ enigmatica, dello stesso titolo La giraffa in sala d’attesa. Il diario della protagonista, Valentina, è costruito come una serie disordinata di descrizioni di singole scene, dove campeggiano minuziosi particolari ed altrettante immagini che richiamano situazioni e sentimenti intrecciati fra di loro. Sono piccoli quadretti nostalgici che riproducono la vita dell’esule, costretto ad abbandonare la patria poco prima dell’inizio della guerra e mettere insieme le fondamenta di una nuova vita, ma sono lievi immagini che disegnano anche le nuove traiettorie del divenire. C’è vivo - ed è forte - il conflitto fra l’attuale situazione ed il mondo di là, dove la lingua è diversa, dove le tradizioni sono diverse, dove i pensieri ed i sentimenti sono diversi. Stanišić fa ragionare i propri personaggi oltre il limite della nostalgia, portandoli all’essenza del problema: chi siamo? Le nostre tradizioni o persone in continuo mutamento ed adattamento al loro contesto? Valentina conosce le usanze e la lingua dei suoi luoghi di nascita solo attraverso i suoi genitori: dunque, chi è lei adesso? Quanto conta il suo passato? Che senso ha imparare usi e tradizioni di un paese che probabilmente non vedrà mai? È una resa dei conti complicata, perché richiama quella difficile compenetrazione fra tradizione, persona e futuro. Questo romanzo a quadri è tenuto insieme da una vibrante tensione verso la vita, contro ogni guerra ed ogni tipo di classificazione degli uomini: bosniaci, bosgnacchi, croati… tutto perde senso quando invece si parla di una persona in mezzo ad altre persone.



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