La Girandola e altri racconti

La Girandola mal sopportava il perbenismo dell’alta estrazione sociale della propria famiglia, i modi ipocriti e affettati delle sue zie, il moralismo esacerbato e soffocante. La sua vita era da un’altra parte, fuori da quelle rigidità. La sua vita era nell’arte, nel ballo e per inseguire il suo sogno di diventare ballerina Vaudeville, va via di casa con pochi soldi e molte aspettative. Piccola e scalcagnata, ma leggiadra nella danza, si innamora perdutamente della Cagliari, famoso contralto, con la quale vive anni di protezione e tenera effusione. Ma la Cagliari è volubile, sta dentro gli schemi ancora meno della Girandola, lasciata in tronco per il Duca di Morlaix. Una ferita atroce che fa scivolare la ragazza tra le spire della morfina e che le fa meditare di andarsene in grande stile, sul palcoscenico, inscenando la morte di Aida proprio davanti agli occhi di quella che un tempo è stata la sua mentore e la sua compagna… Il conte Kilcoran ha un figlio bellissimo con una spiccata predisposizione a suonare il pianoforte. Non si capisce bene come faccia, ma basta che ascolti un brano ed è subito capace di riprodurlo, non importa il grado di difficoltà. Una sera, il piccolo Siboo suona al pianoforte la romanza per violino di Symbrandt von den Velden, una musica che colpisce Kilcoran in maniera violenta e inaspettata, conturbante. Nel bel mezzo dell’esecuzione il conte, prima di stramazzare al suolo, grida con voce straziata proprio quel nome: “Symbrandt!”. Symbrandt von den Velden, di cui il piccolo Siboo, amato visceralmente dal padre, ha tutte le fattezze, la delicatezza, i modi e la grazia. Sybrandt von den Velden, che toglieva il sonno al conte Kilcoran… Il matrimonio di Vivian e Viola, cresciuti insieme da sempre, salta all’improvviso. Vivian ha un terribile segreto che non può più tenere nascosto. È pazzo e Viola deve saperlo. In lui convivono due persone, una buona, mite e l’altra isterica, feroce. Per il bene di tutti il ragazzo decide di sparire. Tutti lo credono via quando in città si susseguono omicidi efferati. I poliziotti parlano di una figura truce dagli occhi verdi incandescenti, ma quando l’assassino viene catturato, nessuno conosce le sue generalità, nessuno lo riconosce… Cento anni prima, nel castello del Principe Ferdinand von Moltenberg scoppia un incendio mentre egli è intento a suonare una mazurca ed i suoi invitati la stanno ballando. Il misterioso incendio non risparmia nessuno. Cento anni dopo Carl e Max, invitati ad una festa dal Conte Achselmannstein, si perdono nella campagna della Germania meridionale. Nel buio intravedono delle luci e le raggiungono. Pensano di essere arrivati alla festa ma tra i convitati non individuano i loro ospiti. Antoine, il paggio, li annuncia alla compagnia danzante mentre il Principe, il Principe Ferdinand von Moltenberg, continua gioviale ed imperterrito a suonare la sua mazurca…

Eric Stenbock è un autore poco noto, ma le opere che ci ha lasciato denotano un autore travagliato che nell’epoca in cui ha vissuto ‒ la seconda metà dell’Ottocento ‒ è andato narrativamente controcorrente. Attento ad indagare le marginalità sociali più scandalose, ha scritto storie scabrose, licenziose, irriverenti, che offrono lo spaccato di miseria morale anche delle classi sociali più agiate. Lo scopo non è necessariamente politico. Molto più semplicemente, Stenbock ha guardato alla parte di mondo che gli era più affine, quella dei diseredati, dei fragili, dei travagliati, degli emarginati, degli invertiti stigmatizzati, censurati e autocensurati. Ha guardato i suoi simili, della vita dei quali si sentiva compartecipe. Stenbock, figura eccentrica, sopra le righe, pose da dandy, viso gentile, è morto giovanissimo, a 35 anni roso dall’alcol e dalle droghe; conosce il mondo di cui parla nei suoi racconti: donne e uomini che hanno rotto gli schemi, che hanno palpitato per amori diversi, disagiati e tormentati da enormi conflitti interiori. Ma la sua narrativa resta poliedrica nella forma, impossibile da inquadrare in un unico genere. Per questo, superando un certo formalismo manierato dell’epoca, alla lontana risulta avvincente, curiosa, fugacemente malinconica. È insieme intrattenimento e struggimento, un po’ poliziesco, un po’ racconto del mistero. Chi è, dunque, Stenbock, figura marginale della letteratura inglese, che dentro la sua scrittura ha il moralismo di Wilde, il manierismo di Proust, l’intrigo di Stevenson, il mistero di Poe? Chi è questo scrittore sconosciuto che in sé ne contiene addirittura quattro di calibro mondiale? Fughiamo un dubbio, non ci troviamo davanti ad uno scrittore raffinato, ma davanti a chi aveva una tale urgenza sfrenata di scrivere da non preoccuparsi del modo. Ecco, sebbene i suoi racconti siano stilisticamente dozzinali e prevedibili negli epiloghi, la scrittura enfatica e a tratti affettata e artificiale, quello che si afferma non è il come dello stile, ma il cosa del contenuto. E questo cosa, considerato il contesto storico e sociale in cui visse, sono i soggetti dei suoi racconti: ballerine lesbiche e morfinomani, omosessuali con un matrimonio per paravento, assassini dalla doppia personalità, figli bastardi di re assassinati, morti viventi che servono il detto del filosofo positivista Auguste Comte “i morti governano i vivi”. Sono loro i veri elementi innovativi, spiazzanti alter ego che danno, ognuno da un punto di vista diverso, la prospettiva sulla vita di Stenbock e, insieme, costruiscono la sua autobiografia.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER