La grande sera

La grande sera

Mario è ad un bivio. Allertato dalla storica amante Ada, è alla ricerca del fratello scomparso, letteralmente dissolto nel nulla. La faccenda lo impegna a fondo e la sua grigia vita ‒ fatta di lavoro che non entusiasma e di continui litigi con la moglie oramai mera convivente ma non per questo meno polemica ‒ sta riprendendo colore. Tuttavia, pur scoprendo alcuni aspetti ignoti della vita del consanguineo, ad ora i suoi sforzi non hanno avuto esito. Non lo aiuta la nuora Giulia, affossata dalla vita matrimoniale ed ora impegnata a riprendere in mano le sue velleità poetiche e letterarie. Non servono neanche i colleghi di lavoro, almeno non sono risolutivi. A partire dal padrone dell’azienda, Terragni, uomo profondamente radicato nelle sue certezze e tutto teso a pontificare su passato, presente e futuro non solo suo o dei suoi dipendenti, ma anche del mondo. Neanche Ada, innamorata perdutamente, può dare una mano. Disperata, abbandonata mentre aspettava vanamente di incontrare il suo uomo all’appuntamento prefissato, deve riprendersi emotivamente, non si capacita. Mario ha ancora una carta da giocare: il proprio figlio. Che con lo zio aveva un rapporto saldo, ha passato una pre-adolescenza burrascosa per la tensione fra le mura domestiche ma forse parlandoci può essere la chiave per risolvere questo angosciante enigma, dove tutto pare sfuggire senza scampo…

Autore maniacale e metodico, dedito tout court alla scrittura, Giuseppe Pontiggia fu uomo di grande onestà intellettuale e di grandi capacità descrittive senza ammorbare le sue storie con uno psicologismo eccessivo e ridondante. Nel romanzo in argomento, vincitore del premio Strega nel 1989, non appare speranza, non c’è sorriso, non c’è luce: è un crepuscolare ed irrimediabile tramonto senza nemmeno troppo malinconici effetti da cartolina romantica, anche postdatata. Un titolo azzeccato, dunque, stante ad indicare neanche troppo metaforicamente il preludio ad una notte dell’anima, con tutti i personaggi avviati verso la vecchiaia, alla disperata ricerca di un senso e di una direzione a volte blandendo una altra vita o radicali svolte che puntualmente rimangono irretite dalle paure. Una decadenza non solo morale e fisica, un marcire di sogni e velleità, in un’aspra lotta che anima ogni protagonista tra quello che si è e quello che si avrebbe voluto o credeva di essere. Un lungo dissertare sulla carenza, dunque. Affettiva, sentimentale, spirituale o semplicemente della volontà. Una storia nella quale l’assenza è la vera costante presenza, nella quale si narra di una scomparsa che è solida, presente. E chi ha conosciuto lo scomparso diventa l’estensore allora di un testamento, più proprio che del ricercato.  Opera riuscita, compatta, con abili e sapienti procedimenti mimetici, con il narratore che saggiamente lascia parlare i protagonisti senza mai intervenire, ma intessendo un ordito di rara e sobria eleganza.



 

 

 
 
 
 

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