La grande stagione

La grande stagione

Bologna, mese di gennaio. Livio, trentenne friulano e appassionato fotografo, vive in città, “entro mura” dove sta completando la tesi universitaria. La città è un “paese dei balocchi”, una “peschiera pescosa”, una festa continua per quelli come lui. Risiede in un monolocale nel centro storico, un punto strategico e suggestivo a soli quattro numeri di distanza dalla casa-atelier dove visse il maestro Giorgio Morandi. Sono mesi intensi passati a scrivere la tesi e vivere la città, che sembra fatta apposta per tenerti con sé e farti amare le giovani studentesse che l’affollano e che riempiono molte delle notti di Livio. Ciascuna di esse è come una meteora che sorvola il suo cielo: brevi stelle diverse una dall’altra e che lasciano una scia, spesso fatta di graffi sulla schiena, sul corpo e nella mente. A volte torna in Friuli, per far visita alla madre e al fratello, ma soprattutto per cercare tracce dell’incidente aereo nel quale perse la vita suo padre e che Livio non ha mai superato. Il piccolo biplano cadde dentro un vigneto in una frazione di Gorizia, ma le cause dell’incidente avvenuto venticinque anni prima non furono mai accertate. Dopo la laurea anche il conto corrente di Livio è ormai ridotto all’osso. La prima esperienza lavorativa lo porta nella filiale bolognese di un’agenzia pubblicitaria parigina, nata come casa editrice di guide turistiche e poi convertitasi al web. All’incarico estivo segue l’offerta di continuare il lavoro per ulteriori sei mesi a Parigi. Livio si fa assorbire completamente dalla nuova vita, nella città più affascinante del mondo. Ma, trascorsi i sei mesi, il contratto viene interrotto e Livio, anziché tornare in Italia, sceglie di trascorrere la primavera in una piccola isola delle Cicladi, dove da adolescente aveva trascorso una vacanza spensierata. Sarà lì che, rallentando il ritmo e adeguandolo a quello del mare e degli scogli, metterà assieme anche i dettagli che, come i negativi di un rullino ritrovato, ricomporranno le ultime acrobazie di suo padre, quella mattina di tanti anni fa…

L’esordio narrativo di Paolo Ruggiero, giornalista pubblicista e fotografo, è un romanzo corposo e molto ben strutturato, solido e privo di vuoti che potrebbero distrarre il lettore. Livio vive qui la sua grande stagione, quella più appassionata e intensa, assorbendo e facendosi assorbire dalle due città che lo accolgono e poi dalla natura matrona della piccola isola greca di K. Le descrizioni approfondite dei luoghi sono come un’impronta digitale dalla quale si riconosce la mano di Paolo Ruggiero, la sua formazione e il suo vissuto, essenziali fin nei dettagli per raccontare il libro. Si potrebbe anche dire che questo sia in un certo senso un romanzo di formazione, che parte dall’incidente aereo del padre, una figura quasi mitologica e che si intuisce di carattere e profondità, un pilastro sopra il quale il piccolo figlio si appoggiava e che improvvisamente è venuto a mancare. Una perdita che la madre e il fratello, che nel romanzo sono solo ombre appena sfiorate e che non incontreremo mai se non di sguincio, sembrano aver superato da tempo. Ma non è così per Livio che, tramite la rete, tenta di ricostruire la figura paterna con l’aiuto di colleghi e conoscenti. Due sono le componenti che compongono La grande stagione: quella fotografica la prima, che descrive magistralmente gli scenari urbani, bolognesi e parigini, e quelli naturalistici della campagna friulana e dell’isola di K. utilizzando immagini chiare, ben definite e che ci portano al vissuto dell’autore, mentre la seconda componente è quella erotica. Per Livio il sesso è un incontro che si trasforma in una sorta di lotta amorosa che spesso termina con grida animalesche, esplosioni umorali e lividi sul corpo. Sono parte di quella grande stagione che lo faranno crescere, in attesa di diventare forse come il padre che ha perso e di cui cerca ossessivamente le tracce tra i vigneti goriziani e i negativi di un rullino ritrovato.



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