La Guerra Civile americana – Una nuova storia

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La Casa dei Dixie, gli abitanti del Sud degli Stati Uniti, nella prima metà del XIX secolo era un luogo di bellezza e potenza. Per le dimensioni: sin dalla fondazione della nazione non aveva fatto che crescere e con la recente creazione dell’Arkansas, della Florida e del Texas era diventato vasto come la Francia, l’Austria, la Prussia e la Spagna messe insieme. Per la ricchezza: il Sud produceva i due terzi di tutto il cotone commerciato nel mondo e i quattro quinti del cotone che l’Impero britannico consumava ogni anno, ma il suo bene di gran lunga più prezioso erano gli schiavi africani, circa quattro milioni di esseri umani (un terzo della popolazione) che valevano – a prezzo di mercato – circa tre miliardi di dollari, una cifra stratosferica. Per l’influenza politica: sin dalla Rivoluzione americana, quasi tutti i Presidenti erano stati o proprietari di schiavi (Washington, Jefferson, Madison, Monroe, Jackson, Tyler, Polk, Taylor) o alleati e consiglieri di proprietari di schiavi (Van Buren, Fillmore, Pierce, Buchanan). I membri dell’élite terriera Dixie conducevano una vita di lussi sfrenati in dimore bellissime ed enormi, ed erano pronti a tutto per mantenere questa condizione di privilegio, che ritenevano perfettamente naturale. Sotto alla maschera del paternalismo e della tradizione si nascondevano l’arbitrio, la violenza, la crudeltà, il razzismo, lo sfruttamento senza scrupoli. Si era creato uno status quo che pareva intoccabile, eterno. Robert Toombs scriveva nel 1856: “Nel nostro territorio sconfinato non abbiamo bisogno neanche di un solo soldato per difendere la società. Il desiderio di un cambiamento strutturale non si manifesta da nessuna parte”. Toombs non poteva immaginare che il mondo fatato della Casa dei Dixie sarebbe stato spazzato via in poco più di dieci anni…

Il sottotitolo rivelatore Una nuova storia si riferisce non tanto e non solo ad una rilettura della vicenda storica della secessione confederata effettuata da Bruce Levine, professore emerito all’University of Illinois e grandissimo esperto della Guerra Civile americana, tanto da aggiudicarsi il Peter Seaborg Award for Civil War Scholarship nel 2007. Al centro di questo splendido saggio – che non a caso nella versione originale si intitola The fall of the House of Dixie: the Civil War and the social revolution that transformed the South – ci sono infatti gli aspetti sociali, economici e culturali più che quelli militari. La narrazione delle fasi della Guerra Civile sono scarne, si dà per scontato che siano già note al lettore: Levine si sofferma sulla percezione della realtà in vertiginoso cambiamento da parte delle parti in causa, sugli effetti collaterali del conflitto, sul profondo impatto che ebbe – anche “sfuggendo di mano” a Lincoln e all’Unione, che puntavano a molto meno all’inizio della guerra – sulla storia degli Stati Uniti. Per dirla con Mark Twain, la guerra civile “smantellò istituzioni vecchie di secoli, trasformò la politica di un popolo intero e modificò la vita sociale di metà del Paese”. Come ne La caduta della Casa Usher di Edgar Allan Poe le acque limacciose di un laghetto si richiudono “lugubri e silenziose sulle rovine” della nobile magione che dà il titolo al racconto, così per le famiglie più influenti del Sud la guerra scardinò il mondo dalle fondamenta. Le spogliò della loro condizione di privilegiati e dei loro averi più preziosi. Le privò del potere assoluto che esercitavano da tanto, troppo tempo su uomini, donne e bambini che con il loro lavoro, il loro corpo e la loro stessa vita garantivano la ricchezza ai proprietari delle piantagioni. Levine racconta la caduta della Casa Dixie con passione, competenza, fascino e questo rende il volume Einaudi (sebbene decisamente troppo costoso) un vero must per chi è interessato all’argomento.



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