La guerra civile spagnola

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Le radici della Guerra Civil affondano nei secoli precedenti. Il censimento del 1788 sancisce che quasi il 50% della popolazione adulta maschile in Spagna non è impegnata in alcun genere di lavoro produttivo. L’esercito, la Chiesa e soprattutto la nobiltà sono un peso morto per il resto della popolazione: si dice che “mezza Spagna mangia ma non lavora, mentre l’altra metà lavora ma non mangia”. Rivolte e guerre intestine si susseguono per tutto l’Ottocento; fra 1814 e 1874 ci sono 37 tentativi di colpo di Stato, 12 dei quali hanno successo. La Chiesa e i latifondisti tornano al comando del Paese e lo mantengono grazie al Partido de la Porra (il partito del manganello), bande armate senza scrupoli che schiacciano ogni opposizione. Quando nel 1902, a soli sedici anni, Alfonso XIII diventa re, il Paese è allo stremo: 500.000 emigranti partiti per il Nuovo Mondo, aspettativa di vita a 35 anni, analfabetismo al 64%. La fortunata decisione di rimanere neutrali durante la Prima Guerra mondiale porta però un boom economico, che però dopo pochi anni svanisce per lasciare il posto a una grave recessione. Le notizie che arrivano dalla Russia aprono nuovi scenari, le sinistre meditano la presa del potere. Si susseguono violenti scioperi sedati dalle forze dell’ordine con inaudita violenza: nelle Asturie si segnala per la sua crudeltà il giovane maggiore Francisco Franco. Intanto, l’esercito spagnolo subisce un’umiliante disfatta in Marocco, dove 10.000 soldati vengono massacrati dalle tribù guidate da Abd El-Krim. Reagisce con un colpo di Stato, con il generale Miguel Primo de Rivera che si proclama dittatore mentre il re rimane nominalmente capo dello Stato. Le elezioni del 1931, concesse dopo il ritiro di de Rivera a vita privata, sanciscono il trionfo di socialisti e repubblicani liberali. A furor di popolo viene proclamata la Repubblica: il 14 aprile 1931 il comitato rivoluzionario diretto dall’ex monarchico Niceto Alcalà Zamora, cattolico e latifondista di Cordoba, si trasforma nel governo provvisorio della Spagna. La situazione interna è drammatica e anche quella internazionale è molto tesa, con una terribile crisi economica in atto. Tuttavia il governo, formato da una coalizione di sei partiti, convoca le Cortes e redige una Costituzione. Da subito la Chiesa si schiera aspramente contro: il cardinale Segura Y Saenz, primate di Spagna, dirama una pastorale in cui denuncia l’intenzione del governo di istituire la libertà di culto e quindi esorta i cattolici a combattere chi vuole “distruggere la religione”. Questa levata di scudi causa il diffondersi nel Paese di un diffuso anticlericalismo, che negli anni seguenti avrà un’influenza profonda. La “luna di miele” tra sinistra e governo dura pochi mesi: ripartono gli scioperi e riparte la repressione poliziesca, sempre più brutale. Gli operai spagnoli, che avevano riposto grandi speranze nella Repubblica, iniziano a pensare che sia repressiva come la Monarchia…

Seconda versione aggiornata e accresciuta datata 2006 (la prima era del 1982) per il saggio d’esordio di Antony Beevor, ex ufficiale dell’esercito britannico negli anni ’60 e storico dagli anni ’70, oggi Visiting Professor alla Scuola di Storia, Studi Classici e Archeologia di Birbeck dell’Università di Londra. Le sue opere (e quelle del suo maestro, lo storico militare John Keegan), sono state a suo tempo ferocemente criticate dai vertici dell’URSS e oggi sono sottoposte a una sorta di ostracismo in Russia perché accusate di veicolare una visione se non filonazista perlomeno antisovietica delle vicende della Seconda Guerra mondiale. Ma si tratta di accuse e censure ingenerose: non c’è nulla di negazionista nella storiografia di Beevor. Di certo non ha particolare simpatia per i movimenti socialisti e comunisti del Novecento, ma questo non intacca il valore di questo La Guerra Civile spagnola, anzi forse lo accresce. Perché Beevor, forse ansioso di mostrarsi obiettivo e per niente indulgente con il franchismo, capitolo dopo capitolo si applica con puntigliosa ferocia a smontare le visioni propagandistiche diffuse da entrambe le fazioni. Il risultato è una lettura “dal centro” di uno scontro sanguinario tra due opposti estremismi, supportata da un apparato documentale e bibliografico mostruoso. I lettori di destra scopriranno, per esempio, che la narrazione di massacri di religiosi e stupri di suore da parte dei repubblicani è largamente esagerata; quelli di sinistra che l’immagine del conflitto come una crociata contro il fascismo combattuta da romantici idealisti accorsi in Spagna da tutto il mondo è una mera illusione. Immaginari collettivi (il plurale è d’obbligo) a parte, al netto della fiction rimangono la crudeltà e le stragi, da entrambe le parti (anche se, come sottolinea Beevor, la mostruosa operazione di “limpieza” messa in piedi dai franchisti fece decisamente più vittime tra la popolazione civile delle folli rappresaglie sommarie contro “i borghesi” della parte avversa). La Guerra Civil non viene letta però come uno scontro tra destra e sinistra: ci sono infatti almeno altri due aspetti fondamentali, il centralismo statale contrapposto all’indipendenza regionale e l’autoritarismo contrapposto all’individualismo. Le dinamiche interne a ognuna delle due fazioni sono descritte con la massima precisione: lo storico inglese ci regala preziose riflessioni sulle differenti “correnti politiche” di entrambi i fronti e sui loro mutevoli rapporti di forza, che si rifletterono sulle scelte militari, probabilmente alla lunga determinando l’esito del conflitto al pari degli interventi – più o meno alla luce del sole – di potenze straniere.



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