La guerra degli Antò

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Il vero nome è Antonio Maria Talluto ma quello che lo rispecchia, quello ancora più vero, è Antò Lu Purk. Pescarese, più largo che alto, vaga somiglianza con Maradona pur non avendo mai giocato a pallone, Antonio ha appena subito l’amputazione della gamba destra a causa di un infortunio capitatogli in un cantiere edile bolognese. Non è che la sua vita sia poi così notevole, anzi non lo è per niente. Gli studi non sono mai stati pane per i suoi denti, nessuna storia sentimentale importante, pessimo il rapporto con i suoi genitori. Suo padre si è sempre dichiarato profondamente deluso da suo figlio mentre sua madre, poveretta, ha sempre sofferto per lui. Per chi porta il suo stesso cognome è una ignobile sfortuna essere in qualche modo legati a lui ed è inutile sperare di vederlo sparire, quel benedetto cognome. Insomma, Antò ad oggi nella vita non ha fatto proprio nulla di buono. Il suo soggiorno a Berlino non è durato che tre settimane scarse, dopo di che si è trasferito ad Amsterdam. Eppure durante la sua convalescenza in ospedale a Bologna, Antò giura che mai abbandonerà la Germania, che finalmente in quel posto troverà stabilità. Un punk italiano che si definisce una roccia ma che una roccia non è affatto, Antò. L’uomo che oggi piange ha sempre cercato di farsi spazio nella vita con strumenti che non gli sono mai appartenuti e con il personaggio di punk pescarese, utilizzato come carta d’identità. Vuole mettere radici in Paesi lontani e sconosciuti, dove in realtà, uno come lui, che si crede evoluto e alternativo, è considerato con sufficienza e noncuranza. Bisogna però ammettere che Antò, quando si reca in Germania, non lo fa con cattive intenzioni. Lui spera davvero di trovare una famiglia accogliente in quel posto; spera seriamente di poter attraccare in quei luoghi. Berlino si rivela, però, una città difficile, scostante, sorvegliata e diffidente. E poi Antò cosa ne capisce di politica? Cosa ne sa lui? Non immagina minimamente che le cose possano cambiare e di fronte alla caduta del Muro rimane seriamente spiazzato. Sante parole quelle di suo padre, che ha sempre visto la Siberia come posto adatto a uno come suo figlio. Quello che Antò vorrebbe fare è andare oltre il tempo, essere un innovativo, essere avanti. Quello che invece non comprende è che gli eventi lo hanno superato ormai da tempo…

Protagonisti indiscussi de La guerra degli Antò sono quattro giovani punk che vivono la loro quotidianità nel pescarese, un tran tran di vita che non soddisfa nessuno di loro. La voce narrante è quella di Silvia Ballestra, (nel romanzo si definisce la Sballestrera), che pur non entrando mai nel racconto, dà vita ad una narrazione in seconda persona. Antò è il nome che contraddistingue e che definisce i quattro giovani. Il primo di loro a voler dare una svolta alla sua triste quanto insoddisfacente quotidianità è Antò Lu Purk, che fa prima tappa a Bologna, dove cerca invano di seguire le lezioni all’Università. Il giovane stenta a interessarsi agli studi e inizia così a lavorare in un cantiere edile, ma subisce un grave incidente, che lo spinge verso altri lidi. A levare le tende dal suo paese natio ci pensa anche Antò Lu Zorru, ma non di sua spontanea volontà. Il giovane riceve la cartolina militare e la sua destinazione è niente poco di meno che l’Iraq, dove imperversa la guerra del Golfo. La sua reazione non è delle migliori, in quanto decide di disertare. Le vicende dei primi due ragazzi, si alternano con le storie degli altri due protagonisti, Antò Lu Zombi e Antò Lu Mmalatu. Un romanzo per alcuni versi spassoso, per altri emblema di un’originale incursione nelle vicende sociali e politiche dei primi anni ’90. Esilaranti alcuni passi del libro, come le reazioni dei genitori di Lu Zorru, che secondo quella cartolina avrebbe dovuto imbarcarsi per andare a combattere contro un certo “Hussein Saddam” e che adesso da eroe risulta disertore. Altrettanto simpatiche nella loro drammaticità quelle del padre e della madre di Lu Purk, fuggito pure lui, ma da Amsterdam; povero figlio, che viaggia su una gamba sola, perché l’altra l’ha persa. Del resto deve lasciare per forza la città olandese, per aver dato fuoco a un ostello! Non l’ha fatto apposta poveretto, ma a lui piacciono troppo i maccheroni ed ecco che è successo! La Ballestra introduce nel romanzo altri personaggi, come Fabio Di Vasto o Lu Cabboi, il ristoratore, che apparentemente sembrano avere una storia a sé, ma si incastonano amabilmente con le vicende dei quattro punk. Un romanzo che consegna al lettore una parte di comicità e una parte di potente inquietudine, tipica dei giovani dell’epoca. Singolare e interessante la scelta linguistica dell’autrice, che mantiene un tono potentemente realistico (con qualche volgarità di troppo), anche in quei tratti in cui si rivolge direttamente al protagonista, narrandogli quella che è la realtà intorno a sé. Storie apparentemente umoristiche quelle raccontate dalla Ballestra, in un romanzo dalla trama non compatta e a volte scarsamente scorrevole, ma incentrato su nodi e problematiche sociali e caratteriali molto forti. La guerra degli Antò ha conosciuto una trasposizione cinematografica nel 1999, con la pellicola diretta da Riccardo Milani, distribuita dalla Cecchi Gori, che si discosta per diversi punti dal libro, pur rispettandone i contenuti e lo spirito.

 

 


 

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