La guerra degli dei

La guerra degli dei
Montezuma osserva l’estensione del suo impero dall’alto della piramide. Il supremo signore dei mexica non teme nulla e non risponde ad altri che al suo dio, il malvagio Colibrì. È per lui che oggi inizierà una nuova serie di sacrifici umani, uomini e donne ridotti a carne da macello, decine di vittime senza colpa a cui squarcerà il petto e strapperà il cuore per offrirlo in dono al dio della guerra. Il bagno di sangue ha luogo a Tenochtitlan, capitale del regno mexica, vertice di un impero perennemente in guerra che semina morte e terrore. Ed è proprio lì che Tozi si trova prigioniera da sette mesi, chiusa nella gabbia all’ingrasso insieme ad altre duemila donne in attesa della fine. Attraverso le sbarre osserva la brama sanguinaria di Montezuma, gli occhi spalancati delle vittime che avanzano e brandelli di corpi rotolare sulla scalinata della grande piramide. A soli quattordici anni Tozi ha più dimestichezza con la morte che con la vita: e un giorno toccherà a lei, pensa, il giorno che non riuscirà a rendersi invisibile usando i suoi poteri da strega farà la stessa fine. O forse no, perché il 1519 è l’anno Uno-Canna, l’anno speciale che i devoti di Colibrì temono più della morte, l’anno legato alla profezia del ritorno di Quetzcoatl il Serpente Piumato, dio della pace e nemico di Colibrì…

Sanguinose pagine di storia della Spagna conquistatrice si mescolano al tramonto del grande impero azteco retto da Montezuma. Mexica e conquistadores, gli uni affamati di sangue e votati a un dio della guerra, gli altri avidi d’oro e conquiste in nome di un dio misericordioso: tanto diversi eppure tanto simili nel racconto di Graham Hancock, che non fa sconti a nessuno e unisce cronaca e narrativa con accenti epici. San Pietro appare in sogno a Cortés come Cristo a Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio, legittimando i piani di conquista del comandante spagnolo, e costituendo un inedito parallelo con le visioni mistiche di Montezuma, che sotto l’effetto allucinogeno dei funghi si trova a colloquio col suo dio della morte. L’epica storica declinata dal romanziere e giornalista scozzese strizza l’occhio al racconto avventuroso à la Wilbur Smith, tutto nella migliore tradizione anglosassone, incline a un eroismo cinico e spesso amorale. Veritiero risulta il ritratto di un’epoca crudele di cui conoscevamo soltanto vincitori e vinti, a cui Hancock restituisce una dimensione umana tratteggiandone personalità e radici storico-religiose. Ottimo antidoto contro la noia da ombrellone agostana, La guerra degli dèi potrebbe rivelarsi la miglior lettura della bella stagione.



 

 

 

 
 
 
 

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