La guerra degli dei ‒ La notte del serpente

La guerra degli dei ‒ La notte del serpente

Corre l’anno 1519 in Messico, è il mese di novembre e funeste notizie arrivano alle orecchie di Montezuma. Inutile interrogare la divinità, nessuna indicazione utile per affrontare quello che inevitabilmente si abbatterà sulla capitale azteca, l’invasione spagnola è imminente. Il Dio è in collera con Montezuma, sono troppi i sacrifici umani consumati sulla grande piramide. Troppa crudeltà, troppe teste mozzate, troppo sangue è scolato sulla pietra dell’altare, sacerdoti e stregoni non mancano di ricordarlo al sovrano. Oltre mille guerrieri texocani si sono aggiunti agli uomini guidati da Shikotenka e marciano uniti nella loro direzione. Anche il popolo è diviso, molte tribù si sono schierate dalla parte dei bianchi che avanzano inesorabilmente attraverso la foresta con armi, serpenti di fuoco e corazze scintillanti. E poi Malinal e la sua scaltrezza, ex schiava oggi al fianco di Cortés, e Cortés stesso che non smette di sorprendere con la sua forza e le sue mille risorse sempre più simile ad un Dio che a un uomo, e ancora coraggio, paura, terrore, mistero e imprevedibilità...

Terzo capitolo della saga La guerra degli dèi dopo La profezia del Serpente Piumato uscito nel 2015 e Il ritorno del Serpente l’anno seguente. Grahm Hancock, l’autore scozzese tradotto in tutto il mondo celebre per Il mistero del sacro Graal e Impronte degli Dei, ci regala un libro dal ritmo incalzante in cui battaglie all’ultimo sangue scandiscono la narrazione. Un romanzo, come molti dei suoi precedenti, ricco di suggestioni e teorie legate ad una visione della storia diversa da come la conosciamo. Divinità, costruzioni megalitiche, simboli antichi, culti ci portano in una dimensione nuova supportata da riferimenti storici e archeologici precisi e puntuali che riescono a innestare il seme del dubbio. Non possiamo che concordare con il “Daily Mail” che definisce questo terzo capitolo “un inebriante mix di azione, spiritualità e di componenti soprannaturali che Hancock ci ha insegnato ad apprezzare”.



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