La guerra del cioccolato

La guerra del cioccolato
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Mentre si gira per acchiappare il pallone si sente come morire. È come se in quel preciso istante lo ammazzassero. Avverte la testa scoppiare. Lo stomaco è squarciato come dall’effetto di una bomba a mano. Sopraffatto dalla nausea, si butta sul prato. La sua bocca incontra la ghiaia del terreno, e comincia dunque a sputare come un matto. Teme che qualche dente gli sia saltato via definitivamente. In ogni modo si rialza. Il campo dinnanzi ai suoi occhi ondeggia attraverso un filo di nebbia, però tiene duro. La sua tenacia è premiata: tutto torna a posto, come una lente messa a posto che fa di nuovo vedere il mondo nitido e inquadrato. Nella seconda azione serve un passaggio. Indietreggia, e fa un bloccaggio efficace. Alza il braccio, cerca qualcuno a cui passare il pallone: gli viene in mente che potrebbe esserci Goober in zona, anche se certo quello non è granché (gli ha dato però un buon avvertimento: “L’allenatore ti sta mettendo a dura prova, cerca tipi che hanno fegato”). D’improvviso lo afferrano alle spalle, gira vorticosamente, come una piccola barca in mezzo a un mulinello. Atterra sulle ginocchia, abbracciato al pallone, si impone di non sentire il dolore che gli torce le viscere…

Sin dai tempi de L’uomo senza qualità di Musil (ma anche per il grande o piccolo schermo, basti pensare in epoche recenti per esempio a Posh – The Riot Club, adattamento cinematografico del 2014 con Max Irons, Sam Claflin e Douglas Booth, per la regia di Lone Scherfig dell’omonima opera teatrale di Laura Wade, curatrice anche della sceneggiatura della pellicola che si è ispirata al reale Bullingdon Club di Oxford, a I figli della notte di Andrea De Sica o a Zodiaco – Il libro perduto), i collegi ‒ specie quelli maschili, dove tradizionalmente purtroppo, ancor più che nei “normali” ambienti scolastici meno rigidi e chiusi, non mancano prepotenze e bullismi e confraternite cameratesche e perverse basate sull’omertà reciproca – rappresentano per la narrativa un microcosmo interessante e idoneo a raccontare le ipocrite idiosincrasie e le maniacali fobie della società che privilegia la reputazione alla libertà d’espressione. Il Trinity College raccontato da Cormier con linguaggio semplice, chiaro, fluido, intenso, limpido, lineare, avvincente, riuscito, ben caratterizzato sotto ogni aspetto e credibile è una perfetta quintessenza del cliché, che ha molto più che un semplice fondo di verità. Istituto cattolico con tanto di divisa destinato ai migliori rampolli del ceto medio, è un coacervo di contraddizioni e imposizioni cui Jerry, il nuovo arrivato, non vuole sottomettersi: il che determina l’ira della squadraccia dei violenti Vigilanti. E pensare che una delle attività più importanti è la vendita di scatole di cioccolatini, un’operazione di beneficenza che in realtà genera orrore senza esclusione di colpi.



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